XVIII Domenica Ordinario B – La gente vuole dei segni… e un pane che sfami per sempre …

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».
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Nel brano del Vangelo ci viene detto che la folla va alla ricerca di Gesù …
Se dobbiamo guardare oggi non c’ è tutta questa voglia di andare alla ricerca di Gesù. Certo andare alla ricerca di qualcuno che ci possa risolvere i problemi tipo con la bacchetta magica tutti sono desiderosi, ma non è quella la realtà. Anche di fronte alla figura di Gesù e di quello che compie se da una parte può entrare l’illusione di avere come una sorta di lasciapassare di fronte alle difficoltà, alle miserie, alle debolezze della vita, rimangono sempre interrogativi profondi che vengono suscitati e non solo dalla visione della fede, ( anche quella non è un lasciapassare, va continuamente riconfermata, come il sì che gli sposi pronunciano nel matrimonio, che deve poi essere coniugato giorno per giorno), ma interrogativi nascono anche dal punto di vista dell’uomo, della sua dignità e grandezza allo stesso tempo, come delle sue debolezze, fragilità, imperfezioni.

Noi oggi siamo affamati di certezze, come lo erano quelli che interrogavano Gesù: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”».
Non solo viviamo la mentalità che è vero solo quello che è sperimentabile, toccabile, pratico., il resto filosofie o religiosità arcaica.
Questo ci fa perdere una grande realtà, una grande dimensione della nostra vita. Ricordo sempre una battuta di un film in cui il protagonista, ad un certo punto di un dialogo, chiede al suo interlocutore: “Tu credi solo a quelle cose che si vedono?”

Vi sono cose molto reali, molto concrete che fanno parte di noi, ma che diamo per scontate o sulle quali non perdiamo mai dieci minuti a soffermarci e a pensare.
Proviamo a dirne qualcuna? I vostri pensieri in questo momento, che possono essere anche del tipo come la tiene lunga, dove vuole arrivare.
Io non li conosco se non me lo dite voi, ma ci sono, reali e concreti, ma non li afferro, non li tocco, non posso trattenerli se non dentro di me e condividerli con quelli a cui voglio farli conoscere.

I sentimenti: paura, gioia, gratitudine, benevolenza, sono veri, reali concreti ne vediamo gli effetti, potremmo anche descriverli con delle immagini, quanto poi a toccarli, a stringerli come si fa con una poltrona, e visto che siamo in clima di ferie, con un lettino sulla spiaggia si fa fatica.

Credo che a tutti, credenti e non venga offerta un’occasione importante da questo testo, quella di ripensare la nostra interiorità. A noi che celebriamo questa Eucaristia ancora interrogarci se siamo venuti qui a cercare Gesù e perché. Se abbiamo questa voglia di incontrarci, di confrontarci o se cerchiamo solo segni di un miracolismo vuoto che non fa crescere nella fede. Allora carissimi accogliamo il consiglio che ci viene dato: “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà”

Non cerchiamo segni, ma con fiducia andiamo oltre, non da soli, ma sostenuti per chi crede dalla fede, ma per tutti dalla speranza.

Allora vorrei concludere con quello che diceva Chrles Peguy sulla speranza:
“bambina irriducibile” molto più importante delle sorelle più anziane (fede e carità) che “va ancora a scuola/e che cammina/ persa nelle gonne delle sue sorelle”. Ma è più importante delle sue sorelle perché “E’ lei, quella piccina,che trascina tutto/perché la fede non vede che quello che è/e lei vede quello che sarà/la Carità non ama che quello che è/ e lei ama quello che sarà/Dio ci ha fatto speranza”. Anche se le immagini che ci arrivano sono di una violenza assurda non bisogna perdere la speranza perché è questa speranza bambina che va ancora a scuola che “vede quello che sarà” e “ama quello che sarà”.

Qydiacdon, deo gratias

XVII domenica ordinario B – Fame… ?

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

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È bellissima questa pagina del Vangelo perché sembra porre in antitesi Gesù con i suoi discepoli. Lui predica, compie dei segni, ma alla fine  vi è un bisogno concreto la gente che ha seguito Gesù deve essere sfamata.

Ecco perché all’inizio di questa nostra riflessione metterei una parola: FAME.

Quanti tipi di fame ci sono oggi nel nostro mondo attuale, nella nostra società, e se ce ne è anche nei nostri cuori?
Oggettivamente oggi le persone che soffrono per fame e malnutrizione nel mondo secondo dati ufficiali sono circa 690 milioni di persone, ovvero l’8,9% della popolazione mondiale. (dati della FAO).
Fame vera, concreta, che ci interpella.

Come ci interpellano le parole del Vangelo: “Date a loro voi stessi da mangiare”? Quello che avviene è qualcosa che va capito e interpretato, è un segno.

Se lo intendiamo solo dal piano materiale, concreto della fame che vi è nel mondo oggi, e ve ne è bisogno, non possiamo rispondere come Filippo e Andrea: “Come fare non vi sono abbastanza risorse.” Con questa risposta continuiamo a salvaguardare un benessere spropositato, oggi messo in crisi da qualcosa che chiamiamo Pandemia, ma che in realtà non è poi così chiaro oltre il livello sanitario.
Occorrono fatti concreti per migliorare le vite di tanti, per ridare ciò che un sistema si è impossessato attraverso colonialismo e multinazionali. Un sistema che continua tuttora con quello che viene definito colonialismo economico.

Nel Vangelo la merenda di un ragazzo ha cambiato la vita di cinquemila persone, immaginiamo cosa possiamo fare noi, dico noi cristiani se ci mobilitiamo seriamente, anche se in parte già lo facciamo, per fortuna. Ma non solo noi anche tante altre persone semplici di buona volontà, lasciando perdere organizzazioni machiavelliche e farraginose che alla fine trattengono la maggior parte delle risorse.

Siccome l’uomo non è fatto solo di ciccia e muscoli vi è però anche un’altra fame, poco avvertita, quella che un commentatore ha chiamato inappetenza spirituale.
Sì, perché vi è in noi una dimensione spirituale. Vi è fame di sentimenti veri, di valori, di relazione autentiche, di pace interiore, di vita, di eternità
Questa fame, come un pugno nello stomaco si avverte evidente in certi momenti, spesso in quelli dello sconforto o quando ci ripensiamo un po’, riguardando la nostra vita.

La conclusione del Vangelo lascia l’amaro. Coloro che hanno seguito Gesù non hanno capito che, per coloro che gli credono, Egli è venuto a dare la risposta a queste due tipi di fame: quelle materiale, amerai il prossimo tuo come te stesso sia, per il credente, quella spirituale: amerai Dio. Il segno narrato che viene compiuto non deve essere letto come la sicurezza di avere pane e pesci e la pancia piena, tanto è vero che Gesù si distacca dalla folla.

Stiamo attenti, quindi, cari cristiani, perché non siamo di quelli che vivono dai “tetti in su”, come scrive un commentatore, che dedicano allo spirito un’ora alla settimana ed alla carne tutto il resto del tempo. Insieme si curano corpo e mente, anima e stomaco. Non facciamo solo dei bei discorsi scordandoci del prossimo cha ha bisogno di noi e ci interpella.

Metteremo anche noi a disposizione i cinque pani e i due pesci che abbiamo, assieme a tanti uomini e donne di buona volontà anche non credenti, che già lo fanno?

Deo gratias qydiacdon

XVI domenica ordinario B – riposatevi un po’…

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

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Nella prima lettura il Signore richiama ancora coloro che hanno il compito di guidare Israele, “ i pastori che devono pascere il mio popolo: Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; ecco io vi punirò per la malvagità delle vostre opere. Oracolo del Signore.”
Se questo vale di più in ambito ecclesiale non vale di meno per chi ha responsabilità nell’ambito laico, anche se ci sembra che molto spesso chi ha questo compito non sia all’ altezza e più che ricercare il bene comune cerchi bene di parte o personali o di determinate categorie, come sta accadendo sul DDL Zan.
Ma i pastori della Chiesa hanno il dovere e la carità di denunciare ciò che non è conforme al Vangelo, il servizio alla verità prima di tutto.

Considerando anche il periodo in cui stiamo vivendo vorrei soffermarmi su quello
che Gesù dice agli apostoli: “«Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’».

Sembra proprio che il ritmo di vita che accompagna gli apostoli e il Signore stesso non sia molto dissimile dalle giornate che viviamo noi. Giornate in cui corriamo tutto il giorno, in cui il tempo non basta mai e siamo spesso travolti dal fare. Ecco che allora ci ritroviamo puntualmente inevitabilmente stressati. Uno stress che somatizziamo in tutta una serie di disturbi che vanno dalla gastrite, all’ emicrania, al disturbo del sonno e ne potrei elencare ancora.
Non solo somatizziamo, ma lo stress va ad incidere anche sulle nostre relazioni, anche

Si corre seriamente il rischio che il lavoro inglobi la persona togliendogli la sua dignità, che nel riposo gli viene restituita. Lavoro e riposo devono armonizzarsi per salvaguardare l’equilibrio psicofisico della persona.

Al riposo possiamo dare un valore religioso, ma anche laico, vissuto com’è da credenti e non credenti. Nel vangelo i discepoli sono chiamati in “un luogo deserto”. Deserto luogo di grandi spazi, ma inospitale, manca la vita, ma nel deserto l’uomo si ritrova solo e può incontrarsi con Dio. Non dobbiamo e non possiamo dimenticare che a partire dall’ esperienza dei monaci il deserto è diventato anche simbolo di vita ascetica e contemplativa.
Ma cosa può significare per noi uomini e donne del fare di oggi ritirarsi nel deserto? Intanto cercare di fare un po’ l’esperienza del silenzio in una società rumorosa che porta ad essere spesso frastornati da mille parole non tutte utili. Fare la riscoperta della nostra interiorità per credenti e non, fermarci a riflettere sulle qualità delle nostre relazioni, dei sentimenti che le guidano e che guidano anche il nostro agire: Questo non significa che dobbiamo vivere come monaci, ma porre la questione del senso di quanto viviamo per riscoprire valore e bellezza della nostra vita, anche fra momenti di prova e di difficoltà.
Se questo ritengo che sia la parte umana comune a tutti per i credenti e i non credenti, per noi significa ripensare il nostro rapporto con Dio, con altre confessioni o filosofie il rapporto con quell’ Assoluto che trascende la nostra esistenza umana. Per i cristiani riscoprire il loro rapporto con Dio significa riconsiderare tanti aspetti come la preghiera, i Sacramenti, la partecipazione alla vita ecclesiale e non certamente ultimo il vivere la Carità, cioè quell’ amore gratuità che non ricerca né se stesso, né il contraccambio, ma gioisce e ricerca il bene per l’altro.

Un po’ di riposo in questo senso possiamo e dobbiamo ritagliarcelo. La quantità di tempo ognuno la stabilisca da sé e un buon e meritato riposo a tutti.

Deo gratias, qydiacdon

 

 

XV Domenica: mandati

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.
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La prima lettura ci presenta ancora la figura di un profeta: Amos che richiamò in modo pesante la classe sacerdotale per la sua corruzione che allontanava il vero culto dalla vita. Ministri dell’altare che affamavano vedove e orfani e si arricchivano con le entrate delle offerte del Tempio.
Ministri che mischiavano sacro e profano. Purtroppo sembra che quello che denunciavano i profeti non sia ancora del tutto scomparso.
Amos è scomodo e a chi vuole che si allontani ricorda che non è stato sua la scelta di essere profeta.
«Non ero profeta né figlio di profeta;
ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro.
Il Signore mi prese,
mi chiamò mentre seguivo il gregge.
Il Signore mi disse:
Va’, profetizza al mio popolo Israele».”

Una persona semplice che è mandata …  il Signore sceglie fra gente semplice, che non rappresenta nessuna classe sociale o nobile. L’ imparzialità che non fa preferenza di persone.
Nel Vangelo anche i dodici sono mandati e anche loro sono persone semplici: Pietro era un pescatore
Mandati a chiamare alla conversione, certo, ad annunciare il Vangelo. Io però vorrei soffermarmi sul modo di essere mandati. Continue reading

XIV Domenica Ordinario B – Nessun profeta è ben accetto …

 

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

 

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La prima parola che vorrei mettere all’inizio della nostra riflessione è apparenza. Cosa assai diffusa oggi in cui si guarda agli altri non per quello che sono o hanno veramente nel cuore, per ciò per cui amano e sperano, ma per quello che possiedono e possa giustificare un certo status sociale, economico, politico. Dimentichi che l’apparenza spesso non rispecchia
l’essenza di una persona e che nel mondo vi sono persone vere e autentiche, coerenti con ciò che dicono e che fanno .
Quando noi incontriamo queste persone il primo sentimento che nasce in noi è quello dello stupore: “Possibile che esistano persone così?

È quello che accade nel Vangelo di oggi. Questo Gesù che torna a casa fra i suoi che non riconsiderano quella che è stata la sua esperienza a Cafarnao e tuttora.

«Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?».

Come è accaduto per tanti, anche per noi come è accaduto a me. Ricordo sempre quando, da poco ordinato, incontrando una mia parente mi disse sei diventato uno scarafaggio nero. Era un po’ anticlericale.

Gesù non viene accolto dai suoi compaesani perché viene banalizzato e dato per scontato. Lo conoscono, conoscono la sua famiglia, i suoi parenti com’è possibile che sia animato da una sapienza simile e che abbia compiuto le cose di cui abbiamo sentito dire? Se questo accade sotto un aspetto, dall’altro perché ciò che dice è scomodo e mette tutti sul banco degli imputati. Gratuità, servizio, giustizia, oblatività,
rinuncia, sacrificio, amore gratis … quanto e cosa facciamo per questi valori che sono per molti, troppi, fuori dagli schemi. Certo se ne sente parlare, ma la prassi, l’agire in questo senso com’è?

Allora subito nasce l’incomprensione, ci si scandalizza. È vero anche gli uomini di chiesa, che dovrebbero essere dei nuovi profeti sono fragili ed errori sono stati commessi da papi, vescovi e da semplici cristiani. Forse succede anche a noi di non riuscire sempre a dare una grande testimonianza di fede nella nostra vita e ci uniformiamo al pensiero banale che guida la logica del mondo, cedendo a piccoli e grandi compromessi.
Accade che anche i cristiani tentino di addomesticare il Vangelo, correggerlo o che si sentano migliori rispetto a tanti altri.

Quando giunge qualcuno che richiama alla verità diventa scomodo per tutti.
Così è accaduto ai profeti nella storia del popolo ebraico, così succede a Gesù.
L’essenza del ruolo in senso biblico è che il profeta è qualcuno che “parla nel nome di Dio”. Il rapporto tra Dio e il suo popolo è basato su un’alleanza: “il patto”, dunque il profeta è qualcuno che richiama il popolo di Dio a rispettare i termini dell’alleanza, ammonisce il popolo e lo esorta a rispettare l’alleanza stabilita da Dio.
Ma noi sappiamo bene richiami e rimproveri non sono accettati bene da nessuno.
Scrive un commentatore: “il destino dei profeti, lo stesso Gesù lo sperimenta è di essere ignorati in vita e celebrati da morti. Ancora intorno a noi uomini e donne profetizzano, leggono la realtà, ci richiamano all’ essenziale, innalzano la loro voce nel deserto mediatico che ci circonda.
Un vecchio polacco parkinsoniano (Giovanni Paolo II) ha richiamato forte il valore della pace, ammonendo i potenti del mondo che – garbatamente- gli hanno sorriso e lo hanno ignorato, accorrendo poi devoti alle sue esequie” (Curtaz)

“Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”

Deo gratias, qydiacdon

13 domenica ordinario B – Malattia e morte… quali risposte?

 

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

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Omelia difficile quella di oggi perchè il Signore ci pone davanti a un grande mistero che accompagna l’esistenza dell’uomo: malattia e sofferenza, morte che noi sentiamo come una prepotenza violenta al nostro desiderio di vita. Oggi noi viviamo in un contesto in cui il valore della vita, la sua sacralità viene misconosciuta. Del mistero del dolore, della malattia della sofferenza che possono apparire, anche in modo inaspettato nella nostra vita, non ne viene più non dico prospettato alle nuove generazioni, ma sottaciuto in un esorcizzante silenzio. Mi è accaduto di dovere celebrare, purtroppo, il funerale di qualche giovane e ho visto quanto smarrimento nei suoi amici, incapaci di reagire, di trovare una speranza, un oltre che sfugge dal punto di vista razionale.

Noi uomini del nostro tempo che confidiamo nel potere della scienza e della tecnica ci rivolgiamo quindi a loro chiedendo un miracolo che non sono in grado di dare, ma nemmeno risposte che non hanno: morte, malattia, dolore accompagnano la nostra storia, anche se chiedo che a tutti sia risparmiato di attraversare questo grande mistero, ma la fine della nostra vita fisica, umana terrena è ineludibile. Certo il progresso scientifico e della medicina potranno cambiare il modo di morire, ma essa resterà sempre con tutto il suo problema, anche di fronte a certe situazioni in cui essa sembra la soluzione. Continue reading

XII domrenica ordinario B- Tempesta … Speranza

 

Dal Vangelo secondo Marco

In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».
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E’ terminata la giornata e il Signore chiede ai suoi di attraversare il lago di Galilea e approdare all’ altra riva.
La nostra vita la possiamo anche paragonare ad una grande giornata da vivere con tutta la forza, l’intelligenza, la gioia, le capacità che possediamo… Sì una grande giornata ma anche per noi giungerà la sera e dovremo approdare a un oltre, a un altro, ad un dove e a un qualcuno che ci attende.

Tutte le religioni, ma anche le filosofie se non allo stesso modo lo attestano.
In questa giornata che è la nostra vita non solo splende il sereno, ma vi sono anche temporali, momenti in cui il sole scompare in cui lo scoraggiamento, la paura e il dubbio prevalgono e si ha l’impressione di affondare, proprio come viene descritto nel brano del Vangelo. Arriva un dolore più forte, una prova più grande e ci si accascia su se stessi verrebbe voglia di morire o di non essere mai esistiti.
Quello che accade a Giobbe, uomo giusto, retto, che colpito in tutto ciò che ha: affetti, esistenza beni chiede ragione a Dio della sua situazione. E cosa fa Dio? Dio appare, ma non dà risposta, ma solo rammenta la grande distanza che c’è fra Lui e il povero Giobbe, questo non significa che se ne disinteressi. Continue reading

XI Domenica ordinario B – Esperti in giardinaggio … ma quale?

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.
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In questo periodo molti mettono a posto i giardini, comprano, piantano ogni tipo di fiori, erbe o piante. Gesù nel Vangelo di oggi, conoscendo molto bene l’ambiente rurale nelle due parabole ci propone l’immagine del seme per spiegare una realtà complessa e semplice allo stesso tempo che è il regno di Dio. Complessa perché investe vari aspetti e realtà che non si possono spiegare in una semplice omelia, semplice perché io la definisco così: “È l’amore di Dio, ovviamente per il credente, che si rende presente nel mondo e che coinvolge l’uomo nella sua totalità, lo risana, lo rende migliore e bello non solo agli occhi di Dio, ma perché ciascuno di noi possa aprirsi all’amore verso tutti”.

I semi di cui ci parlano le parabole indicano la nostra crescita interiore umana e spirituale e lo sviluppo di quello che viene annunciato da Gesù nella sua predicazione.

La prima parabola a noi uomini del tutto subito, dell’iper organizzazione, del raggiungimento dello scopo e dei risultati nel minor tempo possibile ci invita a praticare una grande virtù ormai quasi dimenticata: quella della pazienza.
“ Come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa”.
Quanta ansia nella nostra vita nel volere tenere tutto sotto controllo, programmare e capire tutto della nostra vita non solo materiale, ma anche interiore. Continue reading

Corpus Domini 2021- Prese il pane… prese il calice

Dal Vangelo secondo Marco

Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».
I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
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Tempo fa partenza dei ragazzi per il campeggio estivo. Celebrazione della Messa. Nel primo banco un bimbetto che reggeva fra le mani un pacco di biscotti. Glieli aveva dati la mamma per il viaggio nel caso che gli fosse venuta fame. Anche la nostra vita può essere paragonata ad un grande viaggio durante il quale avere fame.
Una fame materiale di quanto ci è necessario per vivere dignitosamente per noi e per i nostri cari. Per soddisfare la quale ci diamo da fare impiegando tempo, energie, ingegno.

Ma ciò che è materiale non può bastare all’uomo, perché l’uomo non è solo materialità. Pensiamo quanti sentimenti nei nostri cuori gioie, dubbi, dolori, attese e risposte a domande di senso; potremmo fare un lungo elenco. Continue reading

SS. Trinità – Anno B – 2021

Oggi celebriamo Dio, come ogni Domenica, come ogni Eucaristia, fermandoci a riflettere su una dimensione particolare. Non un Dio chiuso in se stesso, un’entità unitaria, semplice, indivisibile ma un Dio che è comunione di persone, Trinità, appunto.

La Trinità è la dottrina fondamentale e più importante delle chiese cristiane, quali la cattolica e quelle ortodosse, oltre che delle Chiese riformate storiche come quella luterana, quella calvinista e quella anglicana. Tale dottrina non viene comunque presentata in modo univoco.

Allora alla base della meditazione che vorrei fare insieme a voi, come colonne portanti vorrei mettere tre parole: amore e mistero, famiglia

Amore
I giorni della nostra vita ci sono dati perché noi possiamo scoprire e fare esperienza dell’amore. Quando questa esperienza manca nella nostra vita essa ci sembra inutile e anche noi sembriamo tali. Niente acquista più importanza e valore nel nostro cuore dell’amore, a meno che non ricorriamo a surrogati quali inseguire successo, denaro, piacere, anche quello che coinvolge la nostra dimensione fisica e il grande fascino del potere in tutte le sue forme.
Questi surrogati alla fin fine non ci soddisfano e sentiamo che qualcosa alla nostra vita manca.

Proviamo a pensare quando pensiamo alla parola amore qual’ è la prima immagine che ci viene in mente. Potrebbe essere quello di una mamma che stringe teneramente il suo bambino mentre lo allatta; quella di un papà che gioca con il suo bambino, quella di due innamorati che si stringono la mano camminando assieme scambiandosi sguardi luminosi; quella di due sposi che hanno appena coronato il loro sogno d’amore e hanno accettato di vivere un grande progetto che hanno appena iniziato a costruire.

Vi sono forme molteplici di amore, come molti sono i rivoli di una sorgente che poi arriveranno a formare prima un ruscello, poi un torrente e poi un fiume. L’ elenco che mi piace ricordare non è esaustivo. Amore coniugale, amore paterno, amore materno, amore fra i fratelli, che c’è anche se a volte vi sono contrasti; amore verso tutti coloro che in qualche modo ci sono cari, vi è anche un amore che dobbiamo a noi stessi, e un amore aperto a tutti, disponibile verso coloro che incontriamo nelle nostre relazioni. Un grande amore è quello di amicizia, quando vera e autentica.

La Bibbia con l’evangelista Giovanni ci presenta un Dio che è amore: Ma amore non significa chiusura, ma apertura, dialogo, relazione, soprattutto vita.
Vi è un bellissimo aneddoto. “«HO DETTO AL MANDORLO: “FRATELLO, PARLAMI DI DIO” E IL MANDORLO È FIORITO» (NIKOS KAZANTZAKI)
L’ amore è sempre aperto alla vita, e chi ama lo sa. Vita in tutte le sue accezioni, ecco perché il credente non potrà mai assecondare opzioni di morte.
Mistero
Vi è una dimensione dell’amore che è più grande di noi, che va oltre, oltre il nostro tempo, la nostra storia, il nostro limite e che sentiamo ogni volta quando una persona che abbiamo conosciuto viene meno. A me piace dire è andata avanti.
Le filosofie e le religioni hanno cercato a definire i confini di questo essere chiamato Dio e per tanto tempo hanno pensato a vari spiriti poi all’idea di un Dio unico. Questo Dio unico non è come vuole affermare il sincretismo un Dio di cui ognuno ne vede un pezzo e tutti hanno lo stesso valore, ma è per noi credenti un Dio che è comunione. Questo implica da parte  nostra una grossa responsabilità perché se è un Dio Comunione ciascuno di noi deve essere persona di comunione, che la promuove, la favorisce e la testimonia nonostante le difficoltà del nostro tempo.
Si racconta l’episodio di S. Tommaso che voleva comprendere il mistero di Dio, passeggiando in riva al mare incontrò un bambino che pazientemente prendeva l’acqua del mare e la versava in una buca. Tommaso gli chiese cosa stesse facendo. Il bambino con naturalezza rispose: “Sto svuotando il mare” E Tommaso, con garbo: “Ma non è una cosa possibile” Il bambino soggiunse:” Anche tu stai facendo una cosa impossibile”
Dio è mistero e realtà allo stesso tempo.
Pensare a Dio come comunione di persone, come Trinità mi porta sempre a pensare alla famiglia, che deve essere comunione, pure con le sue fragilità, le sue debolezze, ma che è il primo luogo dove sull’ esempio dei coniugi i figli imparano a sostenersi, a soccorrersi se necessario, ma soprattutto ad amarsi.
La SS. Trinità, dio amore e comunione di persone che oggi celebriamo aiuti e sostenga le nostre famiglie ad essere testimonianza d’amore

Deo Gratias qydiacdon

 

Santissima Trinità