XXIX domenica ordinario B. servire

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

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Vi è una frase nel Vangelo che fa molto riflettere, considerando anche la nostra attuale situazione ed è questa: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono.” Purtroppo se facciamo tesoro della Storia quante volte è accaduto ciò. Persone alle quali erano affidati il destino dei popoli, che avrebbero dovuto cercare il bene e il benessere di color che gli erano stati affidati si sono occupati solo di sé stessi drogati di potere e di autorità.

Per fare un esempio sarebbe come se i genitori, anziché cercare il bene dei loro figli, non gliene importasse niente, pensassero solo a loro stessi e a ciò che a loro piace. Non avessero tempo per fermarsi ad ascoltarli, non fossero capaci di fare sacrifici per loro … che sono le creature che gli sono state affidate perché possano crescere non solo fisicamente, ma in tutti gli aspetti della loro persona.

Ecco però che, come sempre, Gesù propone qualcosa di diverso, anzi ci dice come dovrebbe essere. “Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti.”

Emerge allora una parola: che è Servire, parola che è conosciuta da tante mamme e da tanti papà, ma anche da tante persone di buona volontà che mettono le loro capacità, le loro conoscenze a servizio degli altri.

A questo proposito vi voglio riportare alcuni stralci di una testimonianza di una ragazza che si chiama Manuela che svolge il servizio civile con i Salesiani.

Vi scrivo da Monzon (Spagna), in pieno inverno ma con un’atmosfera calda e accogliente grazie alle persone che ho intorno. Sto svolgendo qui il “mio” Servizio Civile, da poco più di un paio di mesi, nella scuola salesiana del paese.
Servizio civile che definisco “mio”, nonostante sia un Servizio che svolgo per gli altri, poiché è un’esperienza che già in poco tempo sta facendo crescere tanto me stessa per prima. L’affetto che qui riceviamo è veramente tanto, il paese è piccolo perciò molti ci fermano per strada e sanno chi siamo, soprattutto nei primi giorni spesso capitava di essere “avvistate” come “le nuove volontarie italiane!”, con entusiasmo da parte dei piu piccoli. L’accoglienza, non si può dire il contrario, è stata veramente speciale. Io e l’altra volontaria, Francesca, lavoriamo come appoggio nell’insegnamento ai ragazzini con maggiori difficoltà di apprendimento o a rischio di esclusione sociale per diverse ragioni. Provengono da realtà familiari o economiche a volte molto pesanti e sentire alcune loro storie mi ha fatto piu volte venire la pelle d’oca, incredula. La prima volta che me ne hanno parlato è stato tosto per me: mi sembra di toccare con mano problemi che sicuramente ci sono anche in Italia e a Milano, la mia città, ma con cui non ero mai venuta a stretto contatto. E più ascolto situazioni del genere, più mi sento riconoscente io per la vita vissuta fino ad oggi. Nelle classi in cui collaboriamo, inoltre, vi è un grande numero di ragazzini provenienti da famiglie marocchine, algerine, gambiensi, rumene e gitane (…) Il lavoro con loro mi sta piacendo molto e vedo, con il passare delle ore, dei giorni e delle settimane, che ripongono sempre più fiducia in me e che si sta creando un rapporto via via più profondo.
I ragazzi con cui lavoriamo hanno dai 12 ai 15 anni, e “camminare” accanto a loro, arrivare a fine giornata sentendo di essere stata presente e positivo nella giornata di qualcun altro, fa andare a dormire magari stanchi, ma con il sorriso.
A volte basta un abbraccio (inaspettato) appena entro in aula da parte di uno dei più piccoli, oppure sentirmi dire un “grazie” quando aiuto qualcuno a capire un esercizio, o ancora ricevere un disegno fatto per me da uno di loro: gesti che mi fanno comprendere come stia effettivamente “lasciando un’impronta”. Sono piccoli momenti di cui vado fiera e per cui vale la pena vivere.
Un abbraccio da Monzòn (…)

Anche qui da noi vi sono tanti che si mettono a servizio, più vicino a noi pensiamo ai volontari della Caritas che si dedicano ai poveri,e a tutto il mondo del volontariato in genere.
Gesù dice: “Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.
Servire non è spesso così semplice, ma questo è lo stile insegnato da Gesù, che deve avere il cristiano, chiediamo di essere in cammino su questa strada come ci è stato insegnato.

Deo gratias,qydiacdon

XXVIII Domenica tempo ordinario B – Avere un cuore libero…

 

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».
Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».

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Il Vangelo di questa Domenica tocca un tema molto delicato che è quello del denaro e del rapporto dell’uomo con i beni, che se è vero che nel Vangelo si parla di un giovane ricco, riguarda, però, tutti noi.
All’ inizio però vorrei dire che Gesù non esalta né la ricchezza né la povertà.
Spesso si sente dire, non dico dal di fuori, ma dal di dentro la Chiesa deve ritornare alla povertà delle origini, e si criticano i soldi degli altri, si invita ad essere generosi, ma noi poi lo siamo o ci rivolgiamo sempre ancora una volta agli altri?

Oggi possiamo affermare, senza cadere in uno sterile moralismo, che tutto quello che orienta il nostro vivere è l’economia. Si sono formulate diverse teorie in questo senso: la turbo- capitalizzazione, il liberismo assoluto, non ultima la globalizzazione che doveva essere portatrice di benessere e di serenità per tutti. Ma siamo sicuri che sia davvero così? Si è inventata l’economia globale che gestisce le scelte del mondo.
Lavorare, produrre e guadagnare, se ci si riesce, per comperare e consumare beni spesso non necessari per tenere in piedi un’economia gonfiata.
Un messaggio, questo, che passa diseducando le giovani generazioni. In questo tempo, a meno di condizioni particolari, si è chiamati a lavorare in due in famiglia, sottraendo tempo alle relazioni familiari in cui i figli spesso sono i più penalizzati, ma anche il rapporto di coppia ne risente.
Oggi diventa difficile comprare un alloggio e molte persone anziane, dopo avere lavorato una vita faticano ad arrivare alla fine del mese, per non parlare di quelle che vanno a rovistare fra gli scarti dei mercati e nei cassonetti come ho visto io. Continue reading

DOPO DRAGHI ANCHE MATTARELLA ISTIGA ALL’ODIO CONTRO I NON VACCINATI Dopo il famoso ”Non ti vaccini, ti ammali, muori” del premier, il presidente della repubblica addita il non vaccinato come il nemico da combattere (grazie presidente, ci ha tolto ogni residuo dubbio, ora siamo sicuri di essere nel giusto)

Il discorso del Presidente Mattarella all’università di Pavia di domenica 5 settembre inquieta, sia per le cose inesatte che ha espresso, sia perché ha fatta propria fin nei minimi termini la versione che il potere ha deciso di diffondere sulla vaccinazione, sia infine per la violenza discriminatoria di cui ha fatto oggetto i cittadini che – responsabilmente, prudenzialmente, coscientemente – decidono di non farsi vaccinare.
Più il potere si irrigidisce in forme autoritarie e autoreferenziali e più ha bisogno di individuare un nemico. Letterariamente George Orwell ci ha parlato dei “Due Minuti dell’Odio” che il regime politico in cui viveva il protagonista del romando “1984” imponeva a tutti i cittadini. Lo storico Ernst Nolte ci ha a sua volta insegnato che ogni regime autoritario deve creare una “attribuzione collettiva di colpa” come quella del Terrore parigino contro gli “accaparratori” o quello nazista contro gli ebrei. L’espressione sta a significare una colpa non perché si sia fatto o omesso qualcosa ma semplicemente perché si è qualcosa o qualcuno che il potere ha individuato come non avente diritto ad esistere. Ma il più esperto di Leviatani è senz’altro Thomas Hobbes, il quale ha spietatamente detto che “Lo Stato conserva nei confronti di chi dissente il proprio diritto originario, cioè il diritto di guerra, come nei confronti di un nemico”. Continue reading

XXVII Domenica tempo ordinario B – Relazione …

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

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Se dovessi mettere un titolo alla liturgia della parola di questa Domenica metterei la parola Relazione….
La prima lettura ci presenta la relazione dell’uomo con l’universo : “Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse.”

Questo ci dice, nonostante quello che è accaduto e sta accadendo ancora oggi che l’uomo è fatto per la socialità, per la relazione non per essere isolato, chiuso e che l’uomo, per sua natura, è un essere sociale in relazione. In relazione con il mondo con le altre creature alle quali impone un nome. Dare il nome a qualcuno significa creare un legame ed essere in profonda relazione con lui.

Vi è, però, qualcosa di più. La relazione con le altre creature, con il creato in tutta la sua bellezza e la sua grandezza sembra non bastare: “l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse”. Ecco allora: “Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo.”

In questo sonno viene creata la donna, a cui l’uomo non assiste. Questo avviene perché l’uomo possa realizzare in pienezza il suo sogno di comunione e di relazione scoprendo in chi è altro da sé, ma che gli è simile, una persona che va incontro all’ altro, con cui tesse legami in un dialogo di armonia e di vita condivisa. Continue reading

26 Domenica anno B – …non glielo impedite

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi.
Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.
Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».

«Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Il rischio di chiudersi.

Le parole che vengono pronunciate da Gesù sono parole forti che hanno lo scopo di renderci consapevoli che non vi sono confini per il bene e per chi lo opera. Purtroppo il rischio di chiudersi nel proprio piccolo mondo, di categorizzare “tu sei dei nostri”, “tu non sei dei nostri” si sente spesso in ogni ambito: politico nello sport, pensiamo solo al calcio e purtroppo anche dentro le nostre comunità ecclesiali senza fermarci a pensare che si è semplicemente DIVERSI.
“Tu non sei dei nostri”. Quanta sofferenza provoca questa frase e quanti danni può provocare, assieme a tanta sofferenza. È vero, noi abbiamo bisogno di connotarci, ma questo non significa voler cancellare gli altri che hanno differenze.

E non parlo solo di coloro che non credono, o che hanno una diversa religione, ma parlo di noi cristiani. S. Paolo scriveva ai Galati: “Se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!” Invece questo accade dentro le nostre comunità, non diversamente da quello che accade nelle nostre diverse relazioni personali.

Le diversità ci sono, esistono ma noi dobbiamo leggerle alla luce della logica evangelica che non è una logica di repressione, ma una logica di cogliere il bene che ci può essere e respingere il male, cioè ciò che non promuove e realizza la persona, ciò che non ricerca il suo bene.
Alla tentazione settaria dei suoi Gesù dà una risposta chiara. In un altro contesto, invece aveva detto: “Chi non è con me è contro di me”. Sembra esserci una contraddizione, ma non è così. Quest’ ultima riguarda il nostro rapporto personale di fede.
L’ altra riguarda più l’atteggiamento esterno, come si agisce, cosa si fa in concreto in cui Gesù tiene in considerazione più la sostanza del comportamento. Se Dio è Dio agisce come e dove vuole e va ben oltre i confini che gli impongono gli uomini.
Vi è poi l’altra frase: “Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità vi dico non perderà la sua ricompensa”

Cos’è un bicchiere d’acqua, sembrerebbe un gesto piccolo, insignificante, ma diventa grande quando è espressione d’amore. Così i nostri gesti di bene quando sono compiuti con un cuore generoso e animato da una sincera sollecitudine nei confronti di chi è nelle necessità, non solo materiali, ma anche spirituali. Per i cristiani questi gesti devono essere compiuti nel nome del Signore, devono quindi andare anche al di là di quelle che sono la fraternità, la filantropia, la solidarietà fra gli uomini, di per sé già grandi, e ringraziamo che non sono solo prerogativa dei cristiani, ma di tante persone di buona volontà che vogliono rendere il mondo più bello, più buono, più vivibile. Per chi si dice cristiano tutto questo deve essere quotidianamente ispirato dalla fede e da un intenso rapporto con il Signore.

“Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile”

Certo questa espressione non va presa in senso letterale, come fa la religione islamica, è comunque da considerare seriamente.

Come scrive un commentatore: “Essa ci dice quanto grande sia il rigore dei principi e la fermezza del comportamento (per chi dice di essere cristiano anche di più). Questa espressione scende come una sferzata sulle concezioni della morale corrente tutta improntata al lasciar correre in cui tutto diventa lecito basta non fare male agli altri.”

Anche se debbo dire che conosco persone, anche non credenti che hanno solidi principi morali.
Chiediamo, quindi, che tutti possano vivere in armonia e rispetto pur nelle nostre diversità

Qydiacdon Deo Gratias
(26-9-2021)

 

XXV Domenica ordinario B – “ Il più grande sia il più piccolo”

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».
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Sembra proprio che Gesù non sia un esperto in comunicazione perché, ancora una volta, il suo discorso non solo è impopolare ma ribalta tutto un modo di pensare che oggi è molto diffuso, e che sembra fosse diffuso anche fra i suoi discepoli, ma che è antico quanto l’uomo.
Mentre Gesù sta parlando della fine che lo attende a Gerusalemme cosa fanno i suoi, come fanno anche oggi molti che si dicono cristiani pensano alla futura nomenclatura del partito del Regno. Chi sarà il più grande, potremmo dire il primo ministro, il premier, chi avrà questo o quell’ altro incarico che comunque potrà appagare in qualche modo la sua effimera vanità di apparire.
Questa è la ricerca di grandezza secondo il mondo. A questa Gesù ne contrappone un’altra diversa e sconvolgente, quello del bimbo.

“E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».”

Un bambino non è una risorsa se non in una prospettiva futura, ha bisogno di protezione, quello che apprendevano ai tempi di Gesù era quello che gli insegnavano e tramandavano i genitori, con le parole, ma ricordando anche le tradizioni dei padri.
Educare con il comportamento più che con le parole è valido tuttora oggi e ogni genitore, ogni tanto dovrebbe fermarsi e riflettere se lo sta facendo. Continue reading

XXIV Domenica ordinario B: Voi chi dite che io sia?

 

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti».
Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.
E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere.
Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».
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Nella storia dell’umanità vi è un grande punto di domanda, che coinvolge tutti credenti, non credenti atei, agnostici e che ha spaccato la storia.
Questo punto di domanda non riguarda un grande personaggio storico, come quelli che si studiano. Cesare, Alessandro Magno, Carlo Magno, e potremmo continuare anche con personaggi più vicini a noi del secolo scorso che hanno arrecato tante sofferenze all’ umanità in nome di ideologie come il Nazional socialismo, Comunismo, e anche il Fascismo.
Neppure grandi leader religiosi come Maometto, o fondatori di filosofie orientali: Budda, Confucio, Lao Tse.

Questo punto di domanda è una persona si chiama Gesù un umile falegname di Nazareth che ha la pretesa assurda di essere il Figlio di Dio, Dio venuto in mezzo all’ umanità. Ecco allora la domanda che ci poniamo e che è suggerita proprio dal Vangelo di oggi. Quella domanda che Gesù stesso pone ai suoi discepoli, che ancora non riescono a trovare una risposta univoca.

“Chi dice la gente che io sia?”

La gente, cioè noi, una domanda sempre attuale e la cui risposta è lasciata a quel grande mistero insondabile della libertà che viene lasciato all’uomo, che può rispondere assolutamente come vuole: negando, ignorando, ma anche ignorare è già rispondere, o magari accettando la sfida della fede. Continue reading

Covid, nuove regole Diocesi: tampone o vaccino per sacerdoti, catechisti e volontari

Green pass o un tampone negativo per chi svolge i servizi pastorali più a rischio di contagio: non solo i sacerdoti e i diaconi, ma anche gli operatori pastorali e i volontari. Le nuove regole della curia.

Si aggiornano le disposizioni previste dalla curia di Milano in merito alla ripresa delle attività. È richiesto il Green pass (o un tampone negativo eseguito nelle 48 ore precedenti o la guarigione dal Covid -19 da almeno sei mesi) per chi svolge i servizi pastorali più a rischio di contagio. Tra loro non solo i sacerdoti e i diaconi, ma anche gli operatori pastorali.

A diffondere alle parrocchie della diocesi le nuove disposizioni è un decreto promulgato dal vicario generale della diocesi, monsignor Franco Agnesi e in vigore dal 9 settembre 2021.

Sarà richiesto il Green pass anche ai volontari incaricati di far visita ai malati o ai ministri straordinari dell’Eucarestia, ma anche chi è incaricato di incontrare i genitori che richiedono il battesimo per i figli e per le attività parrocchiali in generale (catechisti, educatori maggiorenni, volontari del doposcuola maggiorenni, compresi i cori parrocchiali.

«La cura per la salvezza delle anime non può prescindere dall’impegno di tutelare la salute dei corpi – spiega monsignor Franco Agnesi nel decreto – anche in questo tempo di emergenza la Chiesa ha sempre continuato ad annunciare il Vangelo, celebrare i sacramenti e aiutare i poveri adottando adeguati protocolli in grado di prevenire infezioni da SARS-CoV-2. Compito della comunità cristiana è adottare tutte le misure necessarie a ridurre quanto più possibile il rischio del contagio, sempre nel rispetto della libertà dei singoli».

Nel testo pubblicato è presente anche una nota relativa alla ripresa delle processioni religiose. «L’attuale andamento della pandemia e i nuovi metodi per contrastarla suggeriscono di poter riprendere le processioni con la partecipazione del popolo durante l’intero tragitto», spiega la nota.

Potranno quindi riprendere le processioni con i fedeli, nel rispetto del distanziamento e indossando sempre la mascherina anche all’aperto.

Sarah Valtolina

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Caro Vicario Generale mi permetto di dissentire e di segnalarle che ha prevaricato la potestà che gli è concessa dal Codice di diritto canonico, che è in palese contraddizione quando afferma che bisogna rispettare la libertà dei singoli  e che la competenza di decreti di questo tipo è solo del Vescovo. Qydiacdon

Il “decreto” della curia milanese illogico e canonicamente infondato – Saved in: Blog by Aldo Maria Valli di Iustitia in Veritate

Siamo ancora grati per essere stati ricevuti dal Presidente della CEI al quale è stato consegnato il documento, con cui abbiamo espresso l’urgenza di un intervento più deciso in linea con il presupposto di libertà di coscienza e morale, rispetto alle fughe in avanti di alcune realtà ecclesiastiche verso un obbligo vaccinale inesistente e inesigibile.

 

Inevitabilmente, e come da copione, sono tuttavia subito spuntati i corifei a gestire mediaticamente tali fughe (rif. articolo pubblicato in data 8/9/2021 su Avvenire https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/la-cei-in-parrocchia-e-bene-essere-vaccinati) con commenti a dir poco “spaventosi”, addirittura indicando che “avere parrocchie sicure è la priorità della Chiesa italiana”, esaltando e forzando una lettura fuorviante del nuovo documento della CEI, anche al di là di ogni decente interpretazione.

Da ultimo e senza troppa sorpresa, anche la diocesi di Milano, nella persona del Vicario generale, si è subito distinta con un documento (rif. https://www.chiesadimilano.it/avvocatura/files/2021/09/Decreto-del-Vicario-Generale-circa-alcune-misure-di-contrasto-alla-pandemia-9-settembre-2021.pdf) che, tuttavia, non riesce ad essere inquadrato canonicamente.

Infatti, non può essere un “decreto generale” che è una legge (can. 29), perché questo spetta al solo vescovo che agisce personalmente (can. 391 § 2) nella sua potestà legislativa, che non può essere delegata se non nei casi esplicitamente previsti (can. 135 § 1). Non può essere neanche un “decreto generale esecutivo” (can. 31 e 32), che può essere emanato dalla potestà esecutiva, come il Vicario generale, perché tale forma di decreto si riferisce a leggi già esistenti e ne urge l’osservanza e ne determina i modi (can. 32), perché non vi è nessuna legge canonica sul merito.

Non si tratta neppure di una “istruzione” (can 34) emanata da “coloro che godono della potestà esecutiva” (can. 34 § 1) “entro i limiti della propria competenza” (ibidem) dato che la natura dell’istruzione è di chiarire “le disposizioni di legge e […] i procedimenti nell’eseguirle”, per il motivo che, ancora una volta, non esiste una legge canonica in materia da chiarire e in base alla quale dare disposizioni per l’esecuzione.

Non è neanche un “decreto singolare” (can. 48), in questo caso un “precetto” con il quale “si impone a una persona o a persone determinate qualcosa da fare o omettere” (can. 49), perché tale decreto serve, come in questo decreto milanese, per “urgere l’osservanza di una legge”; ma, ancora una volta, nella materia specifica di cui si tratta non esiste alcuna legge canonica che urge l’osservanza di tale “legge”.

In ogni caso, il decreto singolare può essere emanato “entro i limiti della propria competenza” (can. 35): e pone il problema di quale sia il limite della competenza del Vicario generale.

Vero è che Milano ha visto un Prefetto come Ambrogio diventare vescovo, ma che il Vicario generale diventi Prefetto è una novità della quale non riusciamo che a meravigliarci.

Secondo il can. 479 § 1 la competenza del Vicario generale ha infatti la medesima estensione della potestà esecutiva di quella del Vescovo diocesano. E allora basterebbe verificare quali sono le competenze del Vescovo che, con non poca confusione, sono elencate in molti canoni, ma più precisamente, per quello che conta, ai canoni dal 381 al 389 e, in nessuno di tali canoni, vi è l’attenzione ad un presunto presupposto normativo riguardante l’emanazione di un atto amministrativo circa l’aspetto sanitario della diocesi. Continue reading

Un papa per tutti, tranne che per i cattolici…

(Corrado Gnerre, Le Cronache di Papa Francesco – 2 settembre 2021)

Eccoci tornati dopo la pausa estiva. Ci sarebbe tanto da scrivere, molti ci hanno chiesto di commentare le esternazioni di papa Francesco fatte alla radio spagnola Radio Cope, così abbiamo cominciato una bozza, ma che è stata interrotta perché, nel frattempo, siamo rimasti pienamente concordi nella lettura di un articolo dell’ottimo prof. Corrado Gnerre, pubblicato ne Il Cammino dei Tre Sentieri. In quest’articolo il prof. Gnerre non si occupa dell’ultima intervista del Papa, ma proprio del cuore del problema di questo pontificato. Abbiamo deciso di proporlo ai nostri lettori, affinché si possa meglio capire che la drammatica crisi che sta vivendo il mondo cattolico — come più volte abbiamo sostenuto — non comincia il 13 marzo del 2013 e non finirà con questo papa. Finché non si deciderà di curare la causa e non i sintomi (è stato questo l’errore di Benedetto XVI), la “pandemia rivoluzionaria” cominciata con Lutero non giungerà al termine.

Mai come oggi il Cattolicesimo rischia di affondare nel clericalismo

Tutto il Cristianesimo può essere sintetizzato nell’immagine della vite e dei tralci che riporta il Vangelo di San Giovanni (Giovanni 15). Gesù dice che Lui è la vite e che noi siamo i tralci e che se questi (i tralci) non sono innestati nella vite, si seccano e sono buoni solo per essere gettati nel fuoco. E’ un’immagine che sintetizza il Cristianesimo perché centra tutto sulla Vita di Grazia. Gesù non cita mai la parola “linfa”, eppure è proprio la linfa la vera protagonista. Se i tralci si seccano è perché sono staccati dalla vite e dunque non possono dalla vite attingere la linfa. E i tralci, senza la linfa, non possono che inaridirsi e morire. La linfa è l’immagine della Grazia. Gesù fa, pertanto, capire che non può esserci vita cristiana senza la Grazia. Il tutto confermato dal dato teologico: se non si ha la Grazia santificante, si possono anche fare le cose più grandi di questo mondo, ma nulla vale per la vita eterna. I meriti per il Paradiso si acquistano solo ed unicamente nello stato di Grazia, perché è Dio che salva e non è l’uomo che salva se stesso. Abbiamo iniziato questa sosta con un’immagine del genere per analizzare tutto quel “mondo”, interno alla Chiesa e fuori la Chiesa, che plaude alle varie svolte ecclesiali che stanno avvenendo negli ultimi anni, le cui radici però sono abbastanza remote.

A proposito del pontificato di Francesco, molti dicono che il suo grande merito sarebbe quello di aver avvicinato alla fede molti “lontani”. Non siamo d’accordo o — perlomeno — potremmo anche esserlo, ma si deve ben capire in che termini.

Se per “avvicinamento” si intendono istintive simpatie, e frasi del tipo: come è simpatico, aperto, rivoluzionario questo papa… allora, tutto sommato, potremmo anche essere d’accordo. D’altronde è sotto gli occhi di tutti quanto il mondo stia promuovendo il pontificato di Francesco. Da Vanity Fair, al Time, per arrivare alla rivista rock Rolling Stone c’è una sequenza di copertine dedicate al Vicario di Cristo. E non è roba da poco. Ma se invece per “avvicinamento”, s’intende altro, allora non mi sembra proprio che chi plaude a questo pontificato abbia ragione. Alludo al fatto che l’unico e vero “avvicinamento”, relativamente a ciò di cui si sta parlando, non può che essere la conversione. E non ci sembra affatto che conversioni vi siano. Anzi, se la simpatia dei “lontani” sembra evidenziarsi, la perseveranza dei “vicini” sembra sempre più vacillare per (ci addolora dirlo) oggettivi gesti e parole scandalose che non possono che disorientare: dal Dio che non è cattolico, dalla coscienza individuale come criterio di tutto, dal proselitismo come peccato grave, fino a catechesi ambigui sul valore non assoluto dei Comandamenti (clicca qui), per non parlare dei noti passaggi dell’ Amoris Laetitia.

Il problema, ancora una volta, è come rapportarsi al mondo. Certo, se si dicono cose che il mondo vuol sentire, gli applausi si ricevono, eccome. Ma se invece si persevera nell’affermare, costi quel che costi, la verità senza sconti, allora dal mondo si ricevono le pietre, ma si è sulla strada giusta. Chi plaude vorrebbe invitarci ad un’analisi sociologica del pontificato di Francesco, ma non non deve essere questa la chiave. Anzi: è proprio la chiave sociologica che li smentisce, perché, per quanto riguarda le convinzioni e la vita cristiana (cioè lo ripetiamo: le vere conversioni), i dati non salgono, tutt’altro.

Chi sta davvero a contatto con i giovani e con le persone in carne e ossa questo lo sa molto bene.

Con correttezza, pacatezza e rispetto, ma certe cose si devono dire allorquando molte anime corrono il rischio di perdere la bussola della Sana Dottrina. Altrimenti un giorno il Signore potrà chiederci del perché del nostro silenzio. Ovviamente, operando questa critica, non vogliamo sposare semplicistiche soluzioni di chi riconosce come legittimo papa il dimissionario Benedetto XVI o di chi opta per criteri sedevacantisti. Soluzioni ingenue e contraddittorie. I primi a sentirsi in comunione con colui che invece professa comunione con papa Francesco; i secondi ad essere costretti a spiegare come la Chiesa possa reggersi venendo meno per tanto tempo le ragioni della giurisdizione.

La vera mondanizzazione non sta nelle scarpe rosse, nell’andare su auto di grande cilindrata, nemmeno nel vivere in qualche stanza finemente affrescata, bensì è nel rendere la Chiesa cortigiana della storia, nel dire sempre e comunque ciò che il mondo vuol sentirsi dire. Non vogliamo credere che da parte di papa Francesco ci sia davvero questa intenzione (questo lo può sapere solo Dio), ci limitiamo a constatare. Così come constatiamo (ma non è una sorpresa che un errore causi sempre l’errore opposto) che in questi quattro anni sta aumentando ciò che pur si denuncia e si vorrebbe combattere: il clericalismo.

Mai come oggi il Cattolicesimo rischia di affondare nel clericalismo.

Il clericalismo, infatti, non consiste nei privilegi formali, bensì nel tentativo di “mondanizzare” il Mistero.