XVIII Domenica Ordinario B – La gente vuole dei segni… e un pane che sfami per sempre …

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».
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Nel brano del Vangelo ci viene detto che la folla va alla ricerca di Gesù …
Se dobbiamo guardare oggi non c’ è tutta questa voglia di andare alla ricerca di Gesù. Certo andare alla ricerca di qualcuno che ci possa risolvere i problemi tipo con la bacchetta magica tutti sono desiderosi, ma non è quella la realtà. Anche di fronte alla figura di Gesù e di quello che compie se da una parte può entrare l’illusione di avere come una sorta di lasciapassare di fronte alle difficoltà, alle miserie, alle debolezze della vita, rimangono sempre interrogativi profondi che vengono suscitati e non solo dalla visione della fede, ( anche quella non è un lasciapassare, va continuamente riconfermata, come il sì che gli sposi pronunciano nel matrimonio, che deve poi essere coniugato giorno per giorno), ma interrogativi nascono anche dal punto di vista dell’uomo, della sua dignità e grandezza allo stesso tempo, come delle sue debolezze, fragilità, imperfezioni.

Noi oggi siamo affamati di certezze, come lo erano quelli che interrogavano Gesù: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”».
Non solo viviamo la mentalità che è vero solo quello che è sperimentabile, toccabile, pratico., il resto filosofie o religiosità arcaica.
Questo ci fa perdere una grande realtà, una grande dimensione della nostra vita. Ricordo sempre una battuta di un film in cui il protagonista, ad un certo punto di un dialogo, chiede al suo interlocutore: “Tu credi solo a quelle cose che si vedono?”

Vi sono cose molto reali, molto concrete che fanno parte di noi, ma che diamo per scontate o sulle quali non perdiamo mai dieci minuti a soffermarci e a pensare.
Proviamo a dirne qualcuna? I vostri pensieri in questo momento, che possono essere anche del tipo come la tiene lunga, dove vuole arrivare.
Io non li conosco se non me lo dite voi, ma ci sono, reali e concreti, ma non li afferro, non li tocco, non posso trattenerli se non dentro di me e condividerli con quelli a cui voglio farli conoscere.

I sentimenti: paura, gioia, gratitudine, benevolenza, sono veri, reali concreti ne vediamo gli effetti, potremmo anche descriverli con delle immagini, quanto poi a toccarli, a stringerli come si fa con una poltrona, e visto che siamo in clima di ferie, con un lettino sulla spiaggia si fa fatica.

Credo che a tutti, credenti e non venga offerta un’occasione importante da questo testo, quella di ripensare la nostra interiorità. A noi che celebriamo questa Eucaristia ancora interrogarci se siamo venuti qui a cercare Gesù e perché. Se abbiamo questa voglia di incontrarci, di confrontarci o se cerchiamo solo segni di un miracolismo vuoto che non fa crescere nella fede. Allora carissimi accogliamo il consiglio che ci viene dato: “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà”

Non cerchiamo segni, ma con fiducia andiamo oltre, non da soli, ma sostenuti per chi crede dalla fede, ma per tutti dalla speranza.

Allora vorrei concludere con quello che diceva Chrles Peguy sulla speranza:
“bambina irriducibile” molto più importante delle sorelle più anziane (fede e carità) che “va ancora a scuola/e che cammina/ persa nelle gonne delle sue sorelle”. Ma è più importante delle sue sorelle perché “E’ lei, quella piccina,che trascina tutto/perché la fede non vede che quello che è/e lei vede quello che sarà/la Carità non ama che quello che è/ e lei ama quello che sarà/Dio ci ha fatto speranza”. Anche se le immagini che ci arrivano sono di una violenza assurda non bisogna perdere la speranza perché è questa speranza bambina che va ancora a scuola che “vede quello che sarà” e “ama quello che sarà”.

Qydiacdon, deo gratias

XVII domenica ordinario B – Fame… ?

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

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È bellissima questa pagina del Vangelo perché sembra porre in antitesi Gesù con i suoi discepoli. Lui predica, compie dei segni, ma alla fine  vi è un bisogno concreto la gente che ha seguito Gesù deve essere sfamata.

Ecco perché all’inizio di questa nostra riflessione metterei una parola: FAME.

Quanti tipi di fame ci sono oggi nel nostro mondo attuale, nella nostra società, e se ce ne è anche nei nostri cuori?
Oggettivamente oggi le persone che soffrono per fame e malnutrizione nel mondo secondo dati ufficiali sono circa 690 milioni di persone, ovvero l’8,9% della popolazione mondiale. (dati della FAO).
Fame vera, concreta, che ci interpella.

Come ci interpellano le parole del Vangelo: “Date a loro voi stessi da mangiare”? Quello che avviene è qualcosa che va capito e interpretato, è un segno.

Se lo intendiamo solo dal piano materiale, concreto della fame che vi è nel mondo oggi, e ve ne è bisogno, non possiamo rispondere come Filippo e Andrea: “Come fare non vi sono abbastanza risorse.” Con questa risposta continuiamo a salvaguardare un benessere spropositato, oggi messo in crisi da qualcosa che chiamiamo Pandemia, ma che in realtà non è poi così chiaro oltre il livello sanitario.
Occorrono fatti concreti per migliorare le vite di tanti, per ridare ciò che un sistema si è impossessato attraverso colonialismo e multinazionali. Un sistema che continua tuttora con quello che viene definito colonialismo economico.

Nel Vangelo la merenda di un ragazzo ha cambiato la vita di cinquemila persone, immaginiamo cosa possiamo fare noi, dico noi cristiani se ci mobilitiamo seriamente, anche se in parte già lo facciamo, per fortuna. Ma non solo noi anche tante altre persone semplici di buona volontà, lasciando perdere organizzazioni machiavelliche e farraginose che alla fine trattengono la maggior parte delle risorse.

Siccome l’uomo non è fatto solo di ciccia e muscoli vi è però anche un’altra fame, poco avvertita, quella che un commentatore ha chiamato inappetenza spirituale.
Sì, perché vi è in noi una dimensione spirituale. Vi è fame di sentimenti veri, di valori, di relazione autentiche, di pace interiore, di vita, di eternità
Questa fame, come un pugno nello stomaco si avverte evidente in certi momenti, spesso in quelli dello sconforto o quando ci ripensiamo un po’, riguardando la nostra vita.

La conclusione del Vangelo lascia l’amaro. Coloro che hanno seguito Gesù non hanno capito che, per coloro che gli credono, Egli è venuto a dare la risposta a queste due tipi di fame: quelle materiale, amerai il prossimo tuo come te stesso sia, per il credente, quella spirituale: amerai Dio. Il segno narrato che viene compiuto non deve essere letto come la sicurezza di avere pane e pesci e la pancia piena, tanto è vero che Gesù si distacca dalla folla.

Stiamo attenti, quindi, cari cristiani, perché non siamo di quelli che vivono dai “tetti in su”, come scrive un commentatore, che dedicano allo spirito un’ora alla settimana ed alla carne tutto il resto del tempo. Insieme si curano corpo e mente, anima e stomaco. Non facciamo solo dei bei discorsi scordandoci del prossimo cha ha bisogno di noi e ci interpella.

Metteremo anche noi a disposizione i cinque pani e i due pesci che abbiamo, assieme a tanti uomini e donne di buona volontà anche non credenti, che già lo fanno?

Deo gratias qydiacdon

XVI domenica ordinario B – riposatevi un po’…

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

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Nella prima lettura il Signore richiama ancora coloro che hanno il compito di guidare Israele, “ i pastori che devono pascere il mio popolo: Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; ecco io vi punirò per la malvagità delle vostre opere. Oracolo del Signore.”
Se questo vale di più in ambito ecclesiale non vale di meno per chi ha responsabilità nell’ambito laico, anche se ci sembra che molto spesso chi ha questo compito non sia all’ altezza e più che ricercare il bene comune cerchi bene di parte o personali o di determinate categorie, come sta accadendo sul DDL Zan.
Ma i pastori della Chiesa hanno il dovere e la carità di denunciare ciò che non è conforme al Vangelo, il servizio alla verità prima di tutto.

Considerando anche il periodo in cui stiamo vivendo vorrei soffermarmi su quello
che Gesù dice agli apostoli: “«Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’».

Sembra proprio che il ritmo di vita che accompagna gli apostoli e il Signore stesso non sia molto dissimile dalle giornate che viviamo noi. Giornate in cui corriamo tutto il giorno, in cui il tempo non basta mai e siamo spesso travolti dal fare. Ecco che allora ci ritroviamo puntualmente inevitabilmente stressati. Uno stress che somatizziamo in tutta una serie di disturbi che vanno dalla gastrite, all’ emicrania, al disturbo del sonno e ne potrei elencare ancora.
Non solo somatizziamo, ma lo stress va ad incidere anche sulle nostre relazioni, anche

Si corre seriamente il rischio che il lavoro inglobi la persona togliendogli la sua dignità, che nel riposo gli viene restituita. Lavoro e riposo devono armonizzarsi per salvaguardare l’equilibrio psicofisico della persona.

Al riposo possiamo dare un valore religioso, ma anche laico, vissuto com’è da credenti e non credenti. Nel vangelo i discepoli sono chiamati in “un luogo deserto”. Deserto luogo di grandi spazi, ma inospitale, manca la vita, ma nel deserto l’uomo si ritrova solo e può incontrarsi con Dio. Non dobbiamo e non possiamo dimenticare che a partire dall’ esperienza dei monaci il deserto è diventato anche simbolo di vita ascetica e contemplativa.
Ma cosa può significare per noi uomini e donne del fare di oggi ritirarsi nel deserto? Intanto cercare di fare un po’ l’esperienza del silenzio in una società rumorosa che porta ad essere spesso frastornati da mille parole non tutte utili. Fare la riscoperta della nostra interiorità per credenti e non, fermarci a riflettere sulle qualità delle nostre relazioni, dei sentimenti che le guidano e che guidano anche il nostro agire: Questo non significa che dobbiamo vivere come monaci, ma porre la questione del senso di quanto viviamo per riscoprire valore e bellezza della nostra vita, anche fra momenti di prova e di difficoltà.
Se questo ritengo che sia la parte umana comune a tutti per i credenti e i non credenti, per noi significa ripensare il nostro rapporto con Dio, con altre confessioni o filosofie il rapporto con quell’ Assoluto che trascende la nostra esistenza umana. Per i cristiani riscoprire il loro rapporto con Dio significa riconsiderare tanti aspetti come la preghiera, i Sacramenti, la partecipazione alla vita ecclesiale e non certamente ultimo il vivere la Carità, cioè quell’ amore gratuità che non ricerca né se stesso, né il contraccambio, ma gioisce e ricerca il bene per l’altro.

Un po’ di riposo in questo senso possiamo e dobbiamo ritagliarcelo. La quantità di tempo ognuno la stabilisca da sé e un buon e meritato riposo a tutti.

Deo gratias, qydiacdon

 

 

OMOSESSUALITÀ Ddl Zan, la Chiesa italiana rinuncia alla verità

In due interviste parallele il cardinale Bassetti, presidente dei vescovi italiani, e l’arcivescovo Paglia (rispettivamente a Repubblica e Stampa) si schierano per la modifica – e non l’affossamento – del Ddl Zan sull’omo-transfobia. Una posizione incomprensibile e non condivisibile, di cui non viene data alcuna ragione che non sia opportunismo politico. E parlano di dialogo con tutti, ma mai si sono posti il problema di ascoltare chi nella Chiesa – come noi e molti altri – sostiene che il ddl sia da rifiutare in blocco.

Mentre ci si avvicina alla resa dei conti in parlamento sul ddl Zan, la Chiesa (ufficiale) spara le sue ultime cartucce a salve. Ieri Repubblica ha pubblicato una intervista al cardinale Gualtiero Bassetti, presidente dei vescovi italiani, mentre La Stampa ha sentito l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita e cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II. Le due interviste hanno confermato e, per così dire, suggellato la posizione finora assunta dalla Chiesa italiana e dalla Chiesa universale.

I due intervistati hanno nuovamente sostenuto che il ddl Zan va ritoccato ma non bloccato e che questa è la “voce di tutti i cristiani” (Bassetti) dato che “nessuno nella Chiesa vuole bloccarlo o ostacolarlo” (Paglia). Nessuno? Questa testata ha sempre sostenuto che il ddl in questione vada affossato perché inemendabile. Dobbiamo considerarci fuori della Chiesa? Come noi, tante persone, associazioni e movimenti, esperti e studiosi, genitori e centri di formazione e di informazione – molti dei quali sul campo hanno già dovuto subire angherie e soprusi non protetti dall’ombrello di nessuna legge Zan – non sono disposti ad essere accomunati ad un fronte di cui non comprendono e, quando riescono a comprenderle, non condividono le motivazioni. Continue reading

RAFFAELLA CARRA’, DAL TUCA TUCA AL GAY PRIDE La madre delle soubrette televisive in 50 anni di carriera ha messo il talento e il successo a servizio dell’ideologia nemica della donna e della famiglia

Una vigilia di Natale un Babbo Natale che si aggira per le vie di una città portando in tre case un enorme pacco. Per una coppia di sposi anziani il regalo è una bambina, che si getta sul letto ad abbracciarli, forse la figlia che non hanno mai avuto o la nipote che non vedono mai. Per una ragazza affranta e sola è un gruppo chiassoso di amici. Per un ragazzo altrettanto solo è invece un bel giovane, l’amore perduto o sognato. Sullo sfondo, da uno schermo televisivo spunta il caschetto biondo platino della 75enne Raffaella Carrà, mentre il suo canto accompagna lo scorrere dei quadretti di vita. Si tratta del videoclip della canzone “Chi l’ha detto”, che ha fatto da lancio al doppio cd della Carrà “Ogni volta che è Natale”, uscito a fine del 2018 e che ripropone una miscela di elementi che ha caratterizzato la carriera della madrina di tutte le soubrette televisive: i buoni sentimenti, l’allegra bonomia da donna della porta accanto – agli inizi ragazza, poi donna matura, oggi
elegante anziana – e messaggi tossici in dosi omeopatiche.

ICONA GAY
«Canto il mio Natale per le famiglie omosessuali perché deve essere una cosa normale» si intitolava l’intervista rilasciata dalla Carrà al Corriere della Sera a fine novembre. «Ho cominciato a capire il mondo gay durante la prima Canzonissima», ha raccontato sempre la Carrà, «ricevevo lettere da ragazzi gay che non si sentivano accettati specialmente in famiglia. E mi sono chiesta: possibile che esista questo gap tra genitori e figli? Poi nel mondo dello spettacolo ci sono tante persone omosessuali e così sono diventata icona gay mio malgrado. Da anni mi chiedevano di prendere parte alle sfilate per l’orgoglio gay e così l’anno scorso sono andata a Madrid alla giornata mondiale del gay pride e li ho beccati tutti in una notte». In effetti la Raffaella nazionale, che da anni ormai lontani è stata eletta dal mondo Lgbt nostrano una sua icona, nel giugno del 2017 si è recata presso l’ambasciata italiana della capitale spagnola a ritirare il World Pride Award, che le ha dato lo status simbolico di ambasciatrice Lgbt a livello internazionale. «Quando si parla delle adozioni a coppie gay ma anche etero» ha commentato la Carrà in quell’occasione, «faccio un pensiero: ma io con chi sono cresciuta? Mi rispondo: con due donne, mia madre e mia nonna. Facciamoli uscire i bambini dagli orfanotrofi, non crescono cosi male anche se avranno due padri o due madri. Io le ho avute. Sono venuta male?». Continue reading

XV Domenica: mandati

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.
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La prima lettura ci presenta ancora la figura di un profeta: Amos che richiamò in modo pesante la classe sacerdotale per la sua corruzione che allontanava il vero culto dalla vita. Ministri dell’altare che affamavano vedove e orfani e si arricchivano con le entrate delle offerte del Tempio.
Ministri che mischiavano sacro e profano. Purtroppo sembra che quello che denunciavano i profeti non sia ancora del tutto scomparso.
Amos è scomodo e a chi vuole che si allontani ricorda che non è stato sua la scelta di essere profeta.
«Non ero profeta né figlio di profeta;
ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro.
Il Signore mi prese,
mi chiamò mentre seguivo il gregge.
Il Signore mi disse:
Va’, profetizza al mio popolo Israele».”

Una persona semplice che è mandata …  il Signore sceglie fra gente semplice, che non rappresenta nessuna classe sociale o nobile. L’ imparzialità che non fa preferenza di persone.
Nel Vangelo anche i dodici sono mandati e anche loro sono persone semplici: Pietro era un pescatore
Mandati a chiamare alla conversione, certo, ad annunciare il Vangelo. Io però vorrei soffermarmi sul modo di essere mandati. Continue reading

XIV Domenica Ordinario B – Nessun profeta è ben accetto …

 

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

 

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La prima parola che vorrei mettere all’inizio della nostra riflessione è apparenza. Cosa assai diffusa oggi in cui si guarda agli altri non per quello che sono o hanno veramente nel cuore, per ciò per cui amano e sperano, ma per quello che possiedono e possa giustificare un certo status sociale, economico, politico. Dimentichi che l’apparenza spesso non rispecchia
l’essenza di una persona e che nel mondo vi sono persone vere e autentiche, coerenti con ciò che dicono e che fanno .
Quando noi incontriamo queste persone il primo sentimento che nasce in noi è quello dello stupore: “Possibile che esistano persone così?

È quello che accade nel Vangelo di oggi. Questo Gesù che torna a casa fra i suoi che non riconsiderano quella che è stata la sua esperienza a Cafarnao e tuttora.

«Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?».

Come è accaduto per tanti, anche per noi come è accaduto a me. Ricordo sempre quando, da poco ordinato, incontrando una mia parente mi disse sei diventato uno scarafaggio nero. Era un po’ anticlericale.

Gesù non viene accolto dai suoi compaesani perché viene banalizzato e dato per scontato. Lo conoscono, conoscono la sua famiglia, i suoi parenti com’è possibile che sia animato da una sapienza simile e che abbia compiuto le cose di cui abbiamo sentito dire? Se questo accade sotto un aspetto, dall’altro perché ciò che dice è scomodo e mette tutti sul banco degli imputati. Gratuità, servizio, giustizia, oblatività,
rinuncia, sacrificio, amore gratis … quanto e cosa facciamo per questi valori che sono per molti, troppi, fuori dagli schemi. Certo se ne sente parlare, ma la prassi, l’agire in questo senso com’è?

Allora subito nasce l’incomprensione, ci si scandalizza. È vero anche gli uomini di chiesa, che dovrebbero essere dei nuovi profeti sono fragili ed errori sono stati commessi da papi, vescovi e da semplici cristiani. Forse succede anche a noi di non riuscire sempre a dare una grande testimonianza di fede nella nostra vita e ci uniformiamo al pensiero banale che guida la logica del mondo, cedendo a piccoli e grandi compromessi.
Accade che anche i cristiani tentino di addomesticare il Vangelo, correggerlo o che si sentano migliori rispetto a tanti altri.

Quando giunge qualcuno che richiama alla verità diventa scomodo per tutti.
Così è accaduto ai profeti nella storia del popolo ebraico, così succede a Gesù.
L’essenza del ruolo in senso biblico è che il profeta è qualcuno che “parla nel nome di Dio”. Il rapporto tra Dio e il suo popolo è basato su un’alleanza: “il patto”, dunque il profeta è qualcuno che richiama il popolo di Dio a rispettare i termini dell’alleanza, ammonisce il popolo e lo esorta a rispettare l’alleanza stabilita da Dio.
Ma noi sappiamo bene richiami e rimproveri non sono accettati bene da nessuno.
Scrive un commentatore: “il destino dei profeti, lo stesso Gesù lo sperimenta è di essere ignorati in vita e celebrati da morti. Ancora intorno a noi uomini e donne profetizzano, leggono la realtà, ci richiamano all’ essenziale, innalzano la loro voce nel deserto mediatico che ci circonda.
Un vecchio polacco parkinsoniano (Giovanni Paolo II) ha richiamato forte il valore della pace, ammonendo i potenti del mondo che – garbatamente- gli hanno sorriso e lo hanno ignorato, accorrendo poi devoti alle sue esequie” (Curtaz)

“Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”

Deo gratias, qydiacdon

CADE L’OBBLIGO DELLA MASCHERINA, MA SI TROVA ANCORA CHI CE L’HA La propaganda della paura ha generato un conformismo irrazionale che durerà per anni

28 giugno 2021: un giorno importante. Un giorno che dovrebbe essere quasi di festa: finalmente il Governo ha tolto l’obbligo della mascherina all’aperto, un provvedimento adottato già da diversi giorni da tutti i Paesi europei. Molti italiani, tuttavia, hanno deciso di non usufruire di questa libertà: si stima che circa il 50% della popolazione per ora non intenda separarsi dalla barriera di carta posta su naso e bocca.
Qualcuno ha parlato di un meccanismo psicologico post-traumatico. Una specie di riflesso condizionato, come quello dei famosi cani di Pavlov. Una “interiorizzazione del comportamento”, una sorta di abitudine indotta difficile da perdere. Per molti, soprattutto anziani, si tratta del permanere di uno stato di paura che forse non se ne andrà mai. A forza di bombardamenti mediatici, fatti di immagini di bare e terapie intensive, e dopo le parole d’ordine reiterate ossessivamente per 15 mesi, in primis la terrificante “non esistono cure”, le persone sono convinte di vivere sotto una minaccia continua, in una sorte di nube virale che non si alza.
È vero: i dati dei contagiati, dei ricoverati, dei morti sono confortanti: sono analoghi a quelli dello scorso anno (anche se quest’anno ci sono in più milioni di vaccinati che però non hanno cambiato significativamente le varie curve) ma tutto ciò non ha tranquillizzato affatto la gente. D’altra parte, i virologi televisivi continuano a ripetere che altre ondate torneranno presto, e fin da subito l’ombra delle varianti offusca ogni speranza di un ritorno alla normalità.

LA PROPAGANDA DELLA PAURA
Ne avevamo parlato tempo fa: ancora per molto tempo, per anni, continuerà la propaganda della paura. Con conseguenze psicologiche e perfino antropologiche a cui abbiamo cominciato ad assistere da oggi, con una libertà, quella dalla mascherina, rifiutata, non utilizzata.
Forse è subentrata in molti anche la rassegnazione: le misure di allontanamento sociale, restano, e presto – è quello di cui molti sono convinti – torneranno le restrizioni alla vita pubblica. Potrebbero dover rimanere in atto a intermittenza per altro tempo. Nuovi focolai delle più disparate varianti, normali o plus, potrebbero ripresentarsi.
E i vaccini? Non erano loro la soluzione al problema? Si cominciano a diffondere dei dubbi sulla loro reale efficacia. Si comincia a sentire parlare di terza dose, di dosi annuali, continue. Naturalmente, si esclude la possibilità delle cure farmacologiche, e questo ha come conseguenza uno stato di tensione e di paura permanente, uno sconvolgimento della vita di milioni di persone, costrette a vivere con sempre minori libertà. Continue reading

13 domenica ordinario B – Malattia e morte… quali risposte?

 

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

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Omelia difficile quella di oggi perchè il Signore ci pone davanti a un grande mistero che accompagna l’esistenza dell’uomo: malattia e sofferenza, morte che noi sentiamo come una prepotenza violenta al nostro desiderio di vita. Oggi noi viviamo in un contesto in cui il valore della vita, la sua sacralità viene misconosciuta. Del mistero del dolore, della malattia della sofferenza che possono apparire, anche in modo inaspettato nella nostra vita, non ne viene più non dico prospettato alle nuove generazioni, ma sottaciuto in un esorcizzante silenzio. Mi è accaduto di dovere celebrare, purtroppo, il funerale di qualche giovane e ho visto quanto smarrimento nei suoi amici, incapaci di reagire, di trovare una speranza, un oltre che sfugge dal punto di vista razionale.

Noi uomini del nostro tempo che confidiamo nel potere della scienza e della tecnica ci rivolgiamo quindi a loro chiedendo un miracolo che non sono in grado di dare, ma nemmeno risposte che non hanno: morte, malattia, dolore accompagnano la nostra storia, anche se chiedo che a tutti sia risparmiato di attraversare questo grande mistero, ma la fine della nostra vita fisica, umana terrena è ineludibile. Certo il progresso scientifico e della medicina potranno cambiare il modo di morire, ma essa resterà sempre con tutto il suo problema, anche di fronte a certe situazioni in cui essa sembra la soluzione. Continue reading

SANTA SEDE E ZAN Draghi e il nichilismo religioso: la sua non è laicità

La lezioncina sulla laicità dello Stato che ci ha impartito Draghi è impropria. Il tema in discussione non è religioso, ma è politico, giuridico ed etico, ossia laico. Draghi deve essere stato preso da un abbaglio: siccome a protestare contro l’approvazione del disegno di legge Zan sono soprattutto i cattolici, allora bisogna rivendicare la laicità dello Stato. Ma gli interventi dei cattolici critici del disegno di legge sono svolti nel merito etico-giuridico-politico della legge e non con criteri religiosi o confessionali.

Le poche parole che il presidente del Consiglio Mario Draghi ha detto a commento della Nota della Segreteria di Stato sulle possibili violazioni del Concordato se il ddl Zan venisse approvato, meritano un breve commento critico. Esse infatti segnano la grande lontananza della cultura politica attuale da come dovrebbero andare invece le cose. Le parole di Draghi – come si ricorderà – riguardano la laicità dello Stato italiano, la libertà del Parlamento di legiferare, la distinzione tra quanto compete al parlamento e quanto al governo.

A proposito della laicità va subito fatta un’osservazione. Che bisogno c’era di tirar fuori l’argomento? La Nota della Segreteria di Stato era forse una ingerenza (come ha maldestramente affermato poi il Presidente della Camera Fico)? Evidentemente no, insigni giuristi l’hanno in seguito confermato. Il Concordato è un accordo tra due Stati sovrani, chiederne il rispetto e segnalare eventuali abusi all’orizzonte, fa parte della logica dell’accordo stesso e non è minimamente una forma di ingerenza. Ricordando che l’Italia è uno Stato laico, Draghi ha sottolineato una cosa che non era da sottolineare perché il contesto non minacciava in alcun modo tale laicità.

Il nostro presidente ha poi voluto anche precisare, con l’aiuto di una sentenza della Corte Costituzionale, coma debba intendersi la laicità. Egli ha detto che la laicità dello Stato non significa neutralità verso la religione ma difesa della libertà di religione e quindi del pluralismo religioso. Questa precisazione, oltre che ugualmente inutile come la precedente, perché la Nota vaticana non rappresentava nessuna minaccia al pluralismo religioso, è anche molto problematica e piuttosto carente. Continue reading