Francesco Boezi per Il Giornale

L’Eucaristia viene realizzata con del pane azzimo, e il simil-pane che non contiene più tracce di glutine non può surrogarlo. Come la Chiesa giustifica questa esigenza?

In una lettera indirizzata a tutti presidenti delle conferenze episcopali, il cardinal Ratzinger – futuro Benedetto XVI – ricordava nel 2003 le regole emesse dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il testo prevede tutti i casi di intolleranza al pane o al vino, perché nessuno sia privata della comunione eucaristica per problemi di salute.I pani contenenti poche tracce di glutine sono considerati materie valide, e gli intolleranti totali possono comunicarsi col solo vino. Le ostie totalmente prive di glutine, invece, sono considerate “materia invalida”. Padre Gilles Drouin, prete e docente al seminario di Issy-les-Moulineaux, ci spiega questa intransigenza della Congregazione.

Onorare il contesto dell’Incarnazione

«La Chiesa tiene a che siano davvero del pane e del vino ad essere consacrati, perché vuole onorare il contesto storico dell’Incarnazione», commenta padre Gilles Drouin. Dio non s’è fatto uomo in un posto qualunque, ma in Galilea duemila anni fa. Conservare il pane e il vino è un modo di preservare un punto di contatto con la cultura ebraica e mediterranea nella quale è vissuto.Non si tratta di una questione dogmatica, su questo non si tira in ballo l’infallibilità pontificia, ma tale precisione agisce in un registro simbolico. Ora, la farina che non contiene più glutine viene reputata troppo lontana dalla farina semplice perché il simbolo sia intatto, agli occhi della Congregazione.

Simbolo e validità sacramentale
«Se il simbolo riveste una grande importanza, tuttavia esso non prende il sopravvento sulla realtà del sacramento», precisa il sacerdote.Anche ai tempi in cui la Chiesa latina si mostrava più intransigente sui dettagli di svolgimento dell’Eucaristia, essa non considerava che una materia giudicata invalida, come del pane lievitato, impedisse la transustanziazioneprecisa padre Drouin. Allora sanzionava il prete e, in positivo, ha sempre tenuto a conservare la farina, l’acqua e il succo d’uva fermentato come materie per l’offertorio.

La questione della natura delle specie offerte nella messa non è nuova, precisa padre Gilles Drouin. Negli anni ’70, sotto il pontificato di Paolo VI, alcuni preti in Asia domandavano di poter officiare la messa con dei prodotti dei loro Paesi, come gallette di riso e vino di palma. La risposta fu negativa, per mantenere il legame simbolico con il luogo e il tempo dell’Incarnazione di Gesù Cristo.

Più lontano nel tempo, alcuni preti che giungevano fino in Tibet piantavano vigne fino a 4mila metri di altitudine per poter disporre di vino per la messa! E in tempi ancora più remoti, durante l’evangelizzazione dell’Irlanda, anche lì si piantavano vigne.

«Non sono sicuro che il vino che ne risultava fosse eccellente, ma questo testimonia l’attaccamento del clero – antichissimo – ai simboli del pane e del vino», conclude.

Attenzione ai simboli!

Il problema, nel nostro contesto occidentale, è che spesso si comprende il simbolo come qualcosa di non vero, e dunque gli si accorda poca importanza,

sottolinea il prete. Ora, invece, il simbolo dà a vedere una verità. Onorando la memoria della cena con il pane e il vino, si ricorda che Dio s’è incarnato in un uomo di cane e di sangue, che mangiava e beveva come noi, e che visse in un periodo preciso.

Sylvain Dorient

traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio

 

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