La vita del piccolo Charlie appesa ad un filo

Il 25 luglio dovrebbe arrivare la decisione finale del giudice dell’Alta Corte inglese, Nicholas Francis, sul destino del piccolo Charlie Gard.

Secondo quanto riportano le agenzie di stampa, il pronunciamento verrà emesso dopo un meeting fra esperti al Great Ormond Street Hospital di Londra dove è ricoverato il bimbo di 11 mesi affetto da una grave malattia rara a cui i medici nei mesi scorsi volevano staccare la spina contro il volere dei genitori.

Al meeting saranno presenti i medici del Gosh che seguono Charlie, ma anche la mamma Connie Yates. Lo presiederà una figura indipendente che dovrebbe fungere da garante per il corretto svolgimento dell’incontro.

In particolare, dovrà decidere se e quando dare la parola alla madre del piccolo.

Anche uno degli esperti dell’ospedale Bambino Gesù di Roma, tra i medici firmatari del documento che ha aperto nuove speranze per il destino del piccolo, si sta recando a Londra per partecipare al meeting.

Il giudice, premettendo che accoglierà con favore ogni accordo fra le parti, ha però puntualizzato che nessun trasferimento del piccolo potrà avvenire senza l’autorizzazione della Corte.

Charlie Gard “è tenuto in sostanza prigioniero dallo Stato e dall’Nhs”, il servizio sanitario nazionale britannico. Sono queste le dure parole pronunciate da Alasdair Seton-Marsden, portavoce dei genitori di Charlie.

Ed effettivamente sembra proprio così.

Perchè mai i genitori sono stati esautorati della loro podestà genitoriale? Perché il piccolo Charlie non può tentare una cura sperimentale negli Stati Uniti? Anche se ci fosse una sola possibilità, perché l’Alta Corte inglese non ha già preso da tempo la giusta decisione?

Sono domande la cui unica risposta ci sembra essere la tenace volontà dei medici e dei giudici inglesi di legalizzare una pratica che pensavamo da tempo scomparsa: l’infanticidio, iniziando magari con casi “difficili” che giustifichino un gesto così abietto per poi ampliare sempre di più la gamma dei soggetti cui applicare questo “protocollo” compassionevole.

Continuiamo quindi a pregare affinché Charlie possa essere trasferito negli USA e vivere – fossero anche i suoi ultimi giorni di vita – accanto ai suoi genitori senza il timore che qualcuno lo ammazzi perchè non in linea con i moderni parametri della medicina attuale.

Samuele Maniscalco
Responsabile Campagna Generazione Voglio Vivere

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