“ Fede fai da te”: il fallimento della catechesi.

 

Il numero della rivista: Il Timone di maggio propone un interessante Dossier sui motivi per cui il catechismo non funziona
e i giovani non sappiano definire la fede se non “ con concetti riduttivi, ma anche talvolta distorti”, mentre la maggior parte non sente la fede come una componente che trasforma e incide sulla vita. Il Dossier si basa sul lavoro svolto dall’ Istituto Giuseppe Toniolo raccolto nel libro: Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia, edito da Vita e Pensiero e curato da Rita Bichi e Paola Bignardi.

Ho pensato di proporne alcuni stralci ad uso e sostegno dei catechisti, degli animatori e della loro fatica, rimandando ad una lettura completa del Dossier o del libro.(dqy)

(…) “L’ immagine prevalente che sembra emergere dalle interviste è classificata con la categoria del cattolico anonimo” , ossia del fedele che si costruisce la propria fede à la carte, un cattolicesimo in cui “i contenuti come pure le pratiche, i valori come pure le regole, tutto viene deciso dal singolo, che pesca dalla tradizione come da un serbatoio, prendendo ciò che gli è utile, lasciando ciò che gli appare inutile o lontano o addirittura estraneo”. Interessante notare che in questo quadro si innesta la sempre maggior influenza del mondo digitale, cioè un tipo di fede alla continua ricerca di esperienze, prevalentemente di carattere emotivo. (…)    

Si va dal confondere la fede con l’ etica, fino ad una certa spiegazione “teistica dell’ universo”, per cui alcuni intervistati indicano che “fede” significa “credere in un potere superiore”, “un ente regolatore”, qualcosa per cui non vale poi la pena legarsi ad una religione piuttosto che a un’ altra. Ma la tendenza largamente più diffusa è quella che vuole “ far coincidere la fede con i sentimenti e le emozioni”. Una giovane dice: “ Quando vado in chiesa molte volte mi commuovo, quindi non è che non credo. Io ci credo, ma ho un rapporto non fisso, non costante”.
L’ emotivismo è in stretto legame con la categoria dei cattolici anonimi in quanto particolarmente riferito ad una relazione intimistica e individualista con Dio. (…)
Quando si chiede se è bello credere in Dio, raramente si cita la Chiesa e la parola “sacramento” non è mai utilizzata, più facilmente si privilegiano i temi dell’ incontro e dell’ accoglienza. Si sottolinea soprattutto la dimensione sociale e umana.(Lorenzo Bertocchi)

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Ebbene sì, da nord a sud, la nostra Penisola è testimone di un fallimento annunciato. Come rivela senza alcuna sorpresa l’ indagine di Vita e Pensiero, i giovani cattolici non sanno nemmeno di esserlo e credono poco e male. Non sentono alcuna appartenenza alla Chiesa istituzionale e anche in questo campo, come per molte altre cose, descrivono quel che sentono nella pancia, manifestando una ignoranza invincibile su qualsivoglia aspetto della dottrina.
Anzi, quel che è peggio, è che passata l’ idea, da tempo veicolata nella nostra catechesi parrocchiale, che il cristianesimo sia tutt’al più una morale sociale, e mai un incontro che ti cambia la vita e per il quale tu sei disposto a dare la vita. Eppure di questo fallimento non se ne può parlare. I nostri uffici diocesani trattano la materia come vivessero sulla luna e come faceva il Soviet qualche decennio fa, di fronte alla realtà che dimostra gli errori della loro interpretazione ideologica, dicono che è la realtà a sbagliare. Cioè: siccome la riforma della catechesi a partire dal Documento Base del 1970 è giusta, se non ci sono i risultati sperati, la colpa è che non è stata ancora bene applicata. Non già che quel poco che abbiamo applicato non vada bene.
Mentre, però, cadeva il muro a Berlino, in nessun ufficio di curia ci si è posti la domanda: ma chi stiamo formando? Dove sono i laici formati? Dove sono i ragazzi che hanno rifiutato il nozionismo e ad esso hanno sostituito una fede matura?(…)

Le cause

1 La moralizzazione in chiave sociale della fede

2 Da questa premessa ne è derivata la seconda: la dottrina, ossia la verità dei fatti del Vangelo, fosse di seconda importanza rispetto alla “pastorale”.(…) Oggi con il primato della pastorale, non si nega la dottrina ( come furbescamente si tentò di fare fin nell’ ultimo Sinodo), ma la si vuole rendere inutile.

3 La dissoluzione della Liturgia

Un cristianesimo intimista fai-da-te per il quale il dio-vago dell’ energia cosmica può identificarsi benissimo con qualsiasi altro nome o religione.

5 “Una pastorale del ricatto”, per cui se qualcuno chiede un sacramento, ne approfittiamo per tenerlo legato il più possibile, nella speranza di convincerlo su tutto il resto.

Alcune risposte

Primo: riconoscere il problema senza patemi d’animo.
Secondo: ripartire dal primo annuncio mai dato per scontato per nessuno, dalla fede in Gesù vivo
Terzo: celebrare della Messe in cui Dio sia messo al centro e non le attività della Chiesa.
(Angela Brugnoli)

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