Ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea … il vino della gioia e l’ acqua della routine.

L’insegnamento che a me pare di cogliere da questo delicato episodio evangelico può essere formulato, in poche parole, così: avviene per ogni matrimonio fra un uomo e una donna quello che avvenne alle nozze di Cana; esso comincia con l’ entusiasmo e nella gioia; il vino è simbolo, appunto, di questa gioia e dell’ amore reciproco che ne è la causa. Ma questo amore e questa gioia – come il vino di Cana -, col passare dei giorni o degli anni si consuma e viene meno; ogni sentimento umano, proprio perché è umano è recessivo, tende a bruciarsi e ad esaurirsi;
l’ abitudine è “quel mostro che riduce in polvere tutti i nostri sentimenti” (Shakespeare); allora cala sulla famiglia come una nube di tristezza e di noia; a quegli invitati alle proprie nozze che sono i figli non si ha più nulla da offrire se non la propria stanchezza, la propria freddezza reciproca e spesso la propria amara delusione. Idrie piene di acqua. Il fuoco al quale erano venuti per scaldarsi si va spegnendo e tutti cercano altri fuochi fuori dalle mura di casa per scaldarsi il cuore con un po’ di affetto.
C’è un rimedio a questa tristissima prospettiva?    

Sì, quello stesso rimedio che ci fu a Cana di Galilea: invitare Gesù alle proprie nozze! Se egli sarà di casa, a lui si potrà ricorrere quando comincia a venir meno l’ entusiasmo, l’ attrattiva fisica, la novità, insomma l’ amore con cui si era partiti da fidanzati, perché dall’ acqua della routine, egli sappia far nascere, a poco a poco, un nuovo vino migliore del primo, cioè un nuovo tipo di amore coniugale meno effervescente di quello giovanile, ma più profondo, più duraturo, fatto di comprensione, di conoscenza reciproca, di solidarietà, fatto anche da tanta capacità di perdonarsi. Un amore coniugale, insomma, che rimanendo tale, sappia anche diventare amore evangelico o del prossimo, da eros sappia diventare agape. Il primo – l’eros – è l’ amore fatto di ricerca di possesso e di godimento dell’ amato; esso è incapace di portarsi su altro che su oggetti e persone belle, al punto di ridursi spesso più ad amore del bello che ad amore della persona. L’altra – l’agape – è la carità cristiana, fatta di donazione di sé, di accettazione dell’altro senza volerlo possedere per se, cioè strumentalizzarlo e renderlo schiavo. Questa carità, quando è sana e genuina non esclude tra i coniugi l’eros, cioè l’ attrattiva e il desiderio reciproco, ma lo ancora a qualcosa di più grande e di più stabile che è l’Amore stesso del Padre, portato a noi da Gesù Cristo: un amore gratuito, perdonante, che sa resistere alla perdita della bellezza e della giovinezza, proprio perché non è stimolato dalla bellezza del partner, ma che partecipa di quello stesso amore del Padre.

COSA SIGNIFICA INVITARE CRISTO AL PROPRIO MATRIMONIO?

Significa, anzitutto riconoscere fin da fidanzati che il matrimonio non è una faccenda privata tra un uomo e una donna, in cui la religione o il prete devono entrare solo per spruzzarci intorno dell’ acqua santa o per dargli un po’ di lustro esteriore con organo, fiori e tappeti, ma che è una vocazione, una chiamata a realizzare in un certo modo la propria vita e il proprio destino; vocazione che viene da Dio e che da lui perciò deve trarre la norma e la forza ( … ).
Per questo il matrimonio è un sacramento, come lo è l’ordine che consacra i sacerdoti, e da ministero della carne esso può diventare, come il celibato, ministero dello Spirito. Per mezzo di esso gli sposi possono rendere presente Cristo tra loro agli occhi dei figli, attraverso il segno della loro mutua carità, come in modo diverso, il sacerdote lo rende presente nel segno del pane e del vino sull’altare (…).
Non dunque un semplice “stato civile”, ma un carisma, cioè un dono e una chiamata (…). In duplice senso, il matrimonio è un dono: in senso passivo, come dono ricevuto mediante lo Spirito, in senso attivo, come donazione di sé (Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei). Questo a tutti i livelli, compreso quello più intimo: la donazione di sé all’altro deve, via via, trionfare sulla ricerca dell’ altro per sé; smettere di domandarsi: c’è qualcosa che potrei avere da mio marito, o da mia moglie, e non ho? E domandarsi invece: c’è qualcosa che potrei fare per lui o per lei, e non faccio? (…)
Gesù ha detto anche di prendere il suo giogo sopra di noi perché esso è dolce e leggero ( cf. Mt. 11, 29 ss.): questa parola va spiegata bene ai coniugi cristiani perché è per loro. Coniugi ( da con-iungo) significa due persone poste sotto lo stesso giogo; se questo giogo è quello della carne, del piacere, dell’ interesse o del mondo, esso è pesantissimo e pressoché insopportabile dopo tre o quattro anni che vi si è sotto, o anche meno; se invece è il giogo di Cristo, della sua parola e del suo amore, allora diventa non solo leggero, ma addirittura dolce.

Raniero Cantalamessa, ridotto da: La parola e la vita, riflessione sulle domeniche e sulle feste
anno C – Città Nuova  

 

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