Brittany Maynard , il suicidio assistito come risposta alla malattia terminale …

Mercoledì ascoltavo alla radio un dibattito sul fine vita, e uno degli autorevoli ospiti paragonava la scelta fatta da Brittany a quelle delle grandi eroine o dei grandi eroi che si immolano per un ideale. Senza volere dare giudizi sulle persone, ritengo che non vi sia nulla di eroico nel togliersi la vita, ma solo la disperazione e la paura

 nel dovere affrontare una condizione di sofferenza e di dolore che dice tutta la mia fragilità e debolezza. Certo difficile dire quali pensieri  drammatici possano agitare la mente delle persone quando sai che la malattia da cui sei colpito non avrà un evoluzione  positiva verso la guarigione, ma la vita non è nostra, ci è data. Non decidiamo noi di nascere, non scegliamo né il padre né la madre, non determiniamo noi la durata della nostra esistenza, ma vale comunque la pena di essere vissuta fino all’ ultimo istante, all’ ultimo respiro. Riguardo poi al morire con dignità ho avuto l’ esperienza di un caro amico anche lui colpito da tumore al cervello e vi assicuro che la sua mort,e causa la malatti,a è stata dignitosissima, come la sua vita, e con dignità ha lottato contro la malattia! Questa è stata per me una lezione di vita … e di fede!

 

Adesso la morte di Brittany è diventata possesso di tutte quelle associazioni che invocano l’ EUTANASIA come soluzione al problema del dolore e della sofferenza in un grande spot sul suicidio assistito e in quella visione  della vita in cui il dolore, la sofferenza, la malattia e la difficoltà non devono avere spazio.  

Il dolore e la sofferenza fanno parte della condizione dell’ uomo, come quella della malattia e della difficoltà del vivere, negarle è negare la condizione umana. I nostri vecchi ne erano consapevoli e ci hanno insegnato a riconoscerle e ad affrontarle, ma qual è il messaggio che oggi stiamo trasmettendo ai nostri giovani? Cos’ deboli e fragili, smarriti di fronte alla scomparsa di un amico e di un amica.

 A tutti quelli che propongono l’ Eutanasia, cioè il suicidio assistito di fronte alla malattia e alla morte propongo di rileggere la famosa: “ Lettera a Natalino” di Benedetta Bianchi Porro … Certo lì scopriamo una dimensione che i “laici”, che fanno di se stessi gli dei della loro vita, non prendono in considerazione che è quella della fede …  quella luce in più che illumina e dona speranza, quella speranza che l’ uomo e la scienza da soli non sanno darsi!

 

Testimonianza di Benedetta Bianchi Porro

Benedetta Bianchi Porro, Oltre il silenzio. Diari e lettere

Caro Natalino,

in «Epoca» è stata riportata una tua lettera. Attraverso le mani, la mamma me l’ha letta. Sono sorda e cieca, perciò le cose, per me, diventano abbastanza difficoltose.

Anch’io come te, ho ventisei anni, e sono inferma da tempo. Un morbo mi ha atrofizzata, quando stavo per coronare i miei lunghi anni di studio: ero laureanda in medicina a Milano. Accusavo da tempo una sordità che i medici stessi non credevano all’inizio. Ed io andavo avanti casi non creduta e tuffata nei miei studi che amavo disperatamente. Avevo diciassette anni quando ero già iscritta all’Università.

Poi il male mi ha completamente arrestata quando avevo quasi terminato lo studio: ero all’ultimo esame. E la mia quasi laurea mi è servita solo per diagnosticare me stessa, perché ancora (fino allora) nessuno aveva capito di che si trattasse.

Fino a tre mesi fa godevo ancora della vista; ora è notte. Però nel mio calvario non sono disperata. lo so che in fondo alla via Gesù mi aspetta.

Prima nella poltrona, ora nel letto che è la mia dimora ho trovato una sapienza più grande di quella degli uomini. Ho trovato che Dio esiste ed è amore, fedeltà, gioia, certezza, fino alla consumazione dei secoli.

Fra poco io non sarò più che un nome; ma il mio spirito vivrà qui fra i miei, fra chi soffre, e non avrò neppure io sofferto invano.

E tu, Natalino, non sentirti solo. Mai. Procedi serenamente lungo il cammino del tempo e riceverai luce, verità: la strada sulla quale esiste veramente la giustizia, che non è quella degli uomini, ma la giustizia che Dio solo può dare.

Le mie giornate non sono facili; sono dure, ma dolci, perché Gesù è con me, col mio patire, e mi dà soavità nella solitudine e luce nel buio.
Lui mi sorride e accetta la mia cooperazione con Lui.

Ciao, Natalino, la vita è breve, passa velocemente. Tutto è una brevissima passerella, pericolosa per chi vuole sfrenatamente godere, ma sicura per chi coopera con Lui per giungere in Patria.

Ti abbraccio. Tua sorella in Cristo, Benedetta

Lettera di Benedetta Bianchi Porro, già molto malata, ad un giovane disperato.

(dqy)  

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.