Avvento, Natale: Dio viene incontro all’ uomo. – Incontro con i genitori dei ragazzi di 1 media

“Nelle nostre società sempre più secolarizzate, sta quasi diventando un’abitudine sentir parlare di iniziative per bandire il crocifisso e il presepe dai luoghi pubblici, vietare la festa del Natale e i suoi tradizionali canti nelle scuole, impedendovi perfino la benedizione pasquale e ogni forma di preghiera che possa ricordarci il nostro essere creature. E il nostro bisogno di essere salvati da Colui che ci ha creato. Da anni questi fatti riempiono le cronache del nostro e di tanti altri Paesi forgiati dal cristianesimo, i quali oggi, invece di riconoscere la propria identità e guardare con gratitudine ai laici e religiosi che nei secoli hanno contribuito a plasmarla, preferiscono per lo più affermare una cultura anonima, slegata dalle sue radici, dove un laicismo estremo viene spacciato per laicità, assurgendo a nuova religione in compagnia di nichilismo e relativismo.

Forse, “la fede nuoce gravemente alla salute?”, come ci si domanda con ironia nel sottotitolo dell’ultimo libro di padre Maurizio Botta (“Sceglierà lui da grande”, è il titolo altrettanto ironico). Ma dove porta l’estromissione di Dio dalla dimensione pubblica? A nulla di buono, chiaramente. Questo cedimento e la relativa perdita del sacro, la cui gravità è spesso sottovalutata anche da diversi cattolici che scambiano il rispetto delle sensibilità non cristiane con l’annacquamento della fede …”. É uno stralcio di un articolo a firma Ermes Dovico, apparso in un giornale on line (LNBQ).

Io ritengo che nel contesto della festa del natale, che ci apprestiamo a celebrare, sia importante chiederci in quale prospettiva noi ci collochiamo.
Cosa contraddistingue, o dovrebbe contraddistinguere il modo con cui i cristiani vivono questa festa, da coloro che cristiani non sono.

È importante quindi riprendere consapevolezza di quelle che sono le nostre tradizioni e in nostri valori legati alla fede, che tende sempre di più oggi ad essere emarginata e vissuta nell’ ambito del privato. I grandi appuntamenti della fede cristiana, come quello del Natale , diventano sempre più un occasione commerciale, laica, tanto che i numerosi segni della fede sfuggono alla comprensione e vengono messi in discussione.

Vorrei proporvi un testo:
“ Quando i giorni diventano via via più corti, quando nel corso di un inverno normale, cadono i primi fiocchi di neve, timidi e sommessi si fanno strada i primi pensieri del Natale. Questa semplice parola emana un fascino misterioso, cui ben difficilmente un cuore può sottrarsi. Anche coloro che professano un’ altra fede e i non credenti, cui l’ antico racconto del Bambino di Betlemme non dice alcunché, preparano la festa e cercano di irradiare qua e là un raggio di gioia.
Già settimane e mesi prima un caldo flusso d’ amore inonda tutta la terra. Una festa dell’ amore e della gioia, questa è la stella verso cui tutti accorrono nei primi mesi invernali. Ma per il cristiano e un particolare il cristiano cattolico essa è anche qualcos’altro. La stella guida alla mangiatoia col Bambinello, che porta la pace in terra. L’ arte cristiana ce lo pone davanti agli occhi in innumerevoli e graziose immagini, mentre antiche melodie, da cui risuona tutto l’ incantesimo dell’ infanzia, lo cantano!”

Così scriveva Edith Stein o Teresa Benedetta della Croce, filosofa ebrea, dapprima atea convinta, convertita, religiosa e martire ad Auschwitz con la sorella Rosa dove muore con il suo popolo e per il suo popolo, parlando dell’ Avvento e del Natale rimandandoci il sapore di cose dimenticate che scaldano il cuore e lo riempiono di nostalgia

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Poniamoci, quindi, una domanda, che non so se vi siete mai posti, e non so se mai i vostri figli ve la porranno, dipende molto da come in famiglia ci si prepara al Natale, da come se ne parla, da quali atteggiamenti si vivono.

Certo vi sono molti segni: albero di Natale, che deve essere fatto per l’ Immacolata. Io ricordo, ad esempio che nella mia famiglia si faceva rigorosamente la vigilia, come il presepe, decorazioni, luci. I vostri figli che stanno entrando nel periodo della preadolescenza verranno sollecitati da tanti messaggi che non hanno proprio, o solo un aspetto religioso, che si tenta di estromettere sempre di più, magari anche con la scusa del rispetto che si deve ad altre culture e ad altre religioni.

Ma ecco la domanda:
Viene Gesù? Cosa significa questa venuta per chi crede? Per noi?

Per cercare di dare una risposta a questa domanda vorrei riprendere un testo che è quello della Prima lettera di S. Giovanni versetti 1, 1-4

“1 Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita 2 (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), 3 quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. 4 Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta.”
Se vi è una cosa che sciupa anche ciò che vi è di bello, importante, prezioso, anche nell’ esperienza della fede è l’ abitudine, cioè quando il fare le cose, avvicinarsi a loro, averle a nostra disposizione diventa routine, qualcosa di meccanico che svilisce, tradisce la bellezza di quanto ci viene messo a disposizione, donato, concesso.

Può succedere anche all’interno del matrimonio, nell’ incontro fra marito e moglie, ma vale per tutti gli ambiti. Proviamo a pensare alla Messa, tutte le Domeniche. L’abitudine quante volte rende banale la nostra partecipazione, ci impedisce di cogliere la grandezza di ciò che stiamo vivendo, di aprirci al mistero di una presenza viva, concreta, reale.

Questo può accadere anche per l’ Avvento e il Natale! Quanti Avventi, quanti Natali. La società dei consumi preme per proporre ogni anno qualcosa di nuovo! Un prodotto, un’offerta che possa invogliare, stupire, incuriosire, soprattutto, essere acquistata.

Gesù viene a portare la vita

Giovanni ci racconta un avvenimento, l’ esperienza che ha avuto dell’ incontro con Gesù e ce lo vuole comunicare perché ciò che gli è accaduto è talmente grande che non può tenerlo per se! Il suo è un annuncio e un grido di gioia.
La preparazione al Natale, l’Avvento, appunto, ci esorta a riscoprire una realtà che tutti noi dovremmo avere sperimentato, certamente nella fede, ma questo non significa che non sia vera!

1 Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita 2 poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta…

Quello che noi siamo chiamati a vivere in questo tempo di preparazione al Natale è prendere coscienza di un’ esperienza che è entrata nella nostra vita, almeno lo speriamo! Quell’ incontro che è avvenuto fra Dio e l’ uomo, fra l’ umanità e la divinità in Gesù e, in Lui, si è fatta visibile la vita! Solo prendendo coscienza di questa realtà, che sperimentiamo, nella fede, potremo trasmetterla e renderla vera.
Il primo luogo in cui siamo chiamati a trasmetterla è proprio la famiglia!

Ma di quale vita parla Giovanni?

“e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi”
“io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.”(Gv 10,10)

Giovanni parla della vita eterna, (a proposito voi credete alla vita eterna?), Gesù dice che è venuto perché abbiamo la vita in abbondanza, questo è quanto l’ uomo cerca da sempre per se e per i propri cari, ma noi facciamo l’ esperienza di una vita a tempo e questa vita a tempo è segnata dal limite; limite delle malattie, dell’ ignoranza, (chi può dire di conoscere tutto?), della vecchiaia, con il decadimento che l’accompagna e della morte, il limite del peccato
L’ uomo ha sempre desiderato una vita migliore, diversa da quella che conduce, per questo è disposto a qualsiasi cosa, perché se è vero che la vita che abbiamo è ricca per molti aspetti è altrettanto vero non ci soddisfa.
conseguenze

a) Riprendere consapevolezza che la vita eterna esiste. In quel: “ la vita si è manifestata” l’annuncio di Giovanni è dirompente. Noi non siamo capaci di darci la vita, [una vita in pienezza, una vita eterna] ma ella ci raggiunge. Scrive un commentatore: “ la vita si è manifestata”: non siamo capaci di raggiungerla, ci ha raggiunto lei, la vita. Non siamo capaci di salire verso Dio: è sceso lui, Dio, verso di noi; non abbiamo la vita nelle nostre mani: è la vita che è venuta a cercarci. Dio è venuto in cerca dell’ uomo, per comunicare all’ uomo la sua stessa vita Mi verrebbe da dire: “guardando a Dio che discende dal cielo, noi desiderosi di vita siamo costretti a rivolgerci al cielo.” Dal momento della venuta di Gesù l’ uomo può camminare verso la vita, certo se lo vuole accogliendo questa grande realtà dell’ Incarnazione.

Non una vita qualsiasi, ma una vita da figli di Dio, come ci ricorda il prologo del vangelo di Giovanni:
2A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.(Gv 1)

b) Giovanni ci parla di un incontro: “ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato …”. Prima di un incontro vi è sempre un attesa!

Vivere, quindi, una spiritualità della “vigilanza”, in questo tempo di preparazione

La preparazione alla venuta del Signore si connota, sotto il profilo spirituale, come un’attesa vigilante: a ciò orientano le pagine bibliche, in particolare quelle della prima domenica di avvento, nonché i diversi testi delle preghiere liturgiche.

Vigilanza è, dunque, l’invito pressante di questo tempo “forte”. Cos’è la vigilanza? Gesù nella sua predicazione allude spesso alla vigilanza, indicandola come l’attitudine di fondo di quanti vivono da credenti nel mondo, aspettando il giorno finale: «Io dico a tutti: vegliate!» (Mc 13,37). Nel vangelo di Matteo la raccomandazione è analoga: «Vegliate, perché non sapete in quale giorno giungerà il vostro padrone» (24,42). Luca non è da meno: «Beati i servi che il padrone troverà fedeli a vegliare» (12,37). Nel momento più drammatico della sua esistenza terrena Gesù raccomanda ai discepoli di pregare e di vegliare per non entrare in tentazione (cf. Mc 14,38; Mt 26,41).

Anche il Nuovo testamento ribadisce la necessità della “veglia”: «Vegliate, rimanete saldi nella fede» (1Cor 16,13). L’apostolo Pietro raccomanda: «Siate sobri, vegliate» (1Pt 5,8). L’Apocalisse presenta il ritorno del Signore come la venuta improvvisa di un ladro e ammonisce: «Beato colui che veglia» (16,15). In definitiva, la vigilanza, nella Bibbia, appare come la virtù che tiene viva la fede dell’uomo pellegrino nel mondo in attesa di raggiungere la meta finale. In effetti, sempre la sacra Scrittura insegna che proprio il dormire è ciò che risulta incompatibile con la fede: le vergini stolte si addormentano (Mt 25,5); Gesù nell’orto degli ulivi torna dai discepoli e li trova addormentati (Mt 26,43). L’uomo che dorme, ovvero non veglia, è l’uomo che è incapace di cogliere la presenza di Dio nel mondo, l’uomo che corre il terribile rischio di vivere nel mondo come se Dio non ci fosse.

In una bella pagina G. Dossetti descrive cos’è la vigilanza. Egli scrive: «La vigilanza è la virtù di cui Gesù ha maggiormente parlato nella fase conclusiva della sua venuta, e certo si può comprendere perché tanto ne ha parlato. La vigilanza è la virtù tipica del tempo intermedio, tra la prima e la seconda venuta di Cristo…
(quello nostro.)
Quaggiù noi non possiamo che protenderci verso la carità, così come ci protendiamo verso il Cristo. La vigilanza è in un certo senso la virtù condizionante di tutto il tempo intermedio, perché è solo attraverso la vigilanza, questo incessante vegliare, che noi possiamo mettere da parte nostra tutto ciò che è necessario, perché da parte sua il Dio vivente nel suo Spirito ci metta l’Amore che ci deve colmare, totalmente riempire» (Meditazioni sull’avvento).

Solo ponendoci nella prospettiva di una storia di salvezza che Dio conduce – e che al presente vuole costruire con noi –, riusciamo a vivere la spiritualità dell’avvento. Secondo la frase dell’Apocalisse, il Signore è “colui che era, che è e che viene” (1,4); il domani dell’opera di Dio non è un futuro statisticamente predeterminato, ma un compimento a cui egli chiede la nostra collaborazione con un incessante “venire” che è sempre annuncio e proposta. L’atteggiamento spirituale della vigilanza veicola, dunque, una vera e propria concezione della vita quale cammino totalmente orientato verso l’incontro con Cristo, ma nella più fattiva collaborazione all’incarnazione di Cristo nel mondo e nell’uomo d’oggi.

L’avvento ci invita a riflettere sulla condizione dell’uomo: egli è pellegrino nel mondo. La storia umana è un cammino verso il Signore; essa è il luogo del discernimento, fatto di un’attesa vigile e di una fedeltà operosa. Quella dell’avvento appare così una spiritualità impegnativa, non un happening rituale e devozionale che non lascia traccia se non per qualche preghiera e opera buona supplementare. L’avvento sospinge i cristiani a recuperare la coscienza di essere chiesa per il mondo, riserva di speranza e di gioia.

Dice ancora il prologo di Giovanni:
“18Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.”(Gv1)

Il desiderio di vedere Dio è forte nel cuore dell’ uomo. Giovanni ci dice che in Gesù noi vediamo il volto di Dio, con quello che compie, con il suo annuncio, per il fatto stesso di essere il Figlio Unigenito, Egli è colui che ci rivela il volto del Padre, Egli può condurre gli uomini alla sua conoscenza e alla vita in pienezza.

Solo che il volto di Dio che ci viene svelato non è secondo quell’ immagine che l’ uomo può avere di Dio. In questa Domenica “gaudete”,( ciclo A) nel vangelo che abbiamo udito i dubbi che vengono anche a Giovanni Battista: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”
Anche il Battista deve compiere un suo cammino di conversione per accettare il volto insolito del Messia, che si presenta in modo assai diverso da quello che lui aveva annunciato. Il suo è un volto di amore, di misericordia, di dono di se.

Per questo accade che viene misconosciuto, respinto, ucciso:
“Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.” (Gv1, 10-11)

Tempo di Avvento e di Natale, come tempo di conversione a Dio che si presenta a noi in modo così insolito e sorprendente, per accogliere “quella luce che le tenebre del peccato non possono vincere”.

Come abbiamo iniziato vorrei concludere, ancora con la lettura di un testo:

“ Sì, quando la sera gli alberi di Natale luccicano e ci scambiamo doni, una nostalgia inappagata continua a tormentarci e a spingerci verso un’altra luce splendente, fintanto che le campane della Messa di mezzanotte suonano e il miracolo della notte santa si rinnova su altari inondati di luci e fiori: “ E il verbo si fece carne”. Allora è il momento in cui la nostra speranza si sente beatamente appagata” (E. Stehin. Il mistero del Natale)

Qydiacdon
11/12/2016

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