VITTORIA PRO VITA La guerra del Texas all’aborto. E la furia di Biden

La decisione della Corte Suprema di non bloccare la nuova legge texana, che proibisce gli aborti quando si riscontra il battito cardiaco del bambino, scatena le ire dei Dem americani. Biden prepara un contrattacco poco “democratico” e con lui la Pelosi. Ma intanto in Texas crolla il numero degli aborti e nasce una speranza per tutto il fronte pro vita.

Joe Biden e tutto il gotha del Partito Democratico e dell’industria abortista americana non l’hanno presa bene. La decisione della Corte Suprema (5-4) di non bloccare la nuova legge texana che proibisce gli aborti dal momento in cui è rilevabile il battito cardiaco del bambino, dunque intorno alla sesta settimana di gravidanza, ha comprensibilmente galvanizzato il movimento pro vita, ma ha fatto infuriare i Dem che sono già passati al contrattacco. Il presidente degli Stati Uniti ha definito il verdetto della Corte un «assalto senza precedenti» all’aborto e ha annunciato che farà di tutto per annullare gli effetti della legge approvata dal parlamento del Texas a maggio di quest’anno e in vigore da mercoledì 1 settembre.

La legge texana richiede che ogni esecutore di aborti verifichi la presenza del battito del cuore prima di procedere all’uccisione del bambino in grembo. Se si riscontra il battito, l’aborto non è appunto consentito, tranne in circostanze eccezionali (non stupro e incesto) come il pericolo di vita per la madre. Poiché per l’85-90% dei casi, secondo i dati dell’organizzazione abortista Aclu, gli aborti in Texas non avvengono prima della sesta settimana, quando molte donne sono ignare della gravidanza in corso, la legge potrà avere l’effetto di salvare decine di migliaia di bambini all’anno, tenendo conto che nel 2020 le cliniche locali hanno eseguito circa 54.000 procedure abortive. L’obiettivo deve essere chiaramente quello di vietare ogni aborto procurato, ma certamente in Texas si è fatto un gran passo avanti. E difatti in questi primissimi giorni di settembre il numero di aborti è precipitato.

Sono già una quindicina gli Stati che hanno approvato negli ultimi anni leggi di questo tenore, ma a differenza degli heartbeat bills precedenti, bloccati dalle varie corti federali, la normativa texana è la prima ad essere entrata in vigore. E questo, a 48 anni dalla sciagurata sentenza Roe vs Wade, è già un fatto storico. Ciò che differenzia la legge del Texas dalle altre è che solleva esplicitamente i funzionari statali dal compito di far rispettare la legge stessa, negando cioè loro qualsiasi autorità in materia, e si basa esclusivamente sulla responsabilità dei cittadini. In sostanza ogni comune cittadino, dall’1 settembre, può esigere il rispetto della legge citando in giudizio coloro che eseguono o favoriscono l’aborto nonostante il riscontro del battito cardiaco. Le donne che richiedono l’aborto non sono denunciabili, mentre lo sono tutti gli altri soggetti coinvolti: per ogni violazione dimostrata, la sanzione minima è di 10.000 dollari.

La legge è stata pensata e dotata quindi con un grimaldello ad hoc per scardinare il sistema e, stavolta, gli abortisti non sono riusciti a trovare in tempo le contromosse per far prevalere le loro pretese. Anche perché i cinque giudici di area conservatrice della Corte Suprema (Alito, Thomas, Gorsuch, Kavanaugh, Barrett), gli ultimi tre dei quali nominati da Trump, hanno votato compatti, come raramente è accaduto in passato. Secondo i giudici, i ricorrenti (Aclu, Planned Parenthood, Whole Woman’s Health e altri gruppi abortisti) «hanno sollevato seri interrogativi sulla costituzionalità della legge del Texas in questione. Ma la loro istanza presenta anche antecedenti questioni procedurali complesse e nuove», rispetto alle quali i gruppi abortisti non sono stati in grado di fornire sufficienti ragioni per bloccare la legge. Quest’ultima, insomma, rimane in vigore, ma la partita non è chiusa, in quanto, come conclude la maggioranza della Corte Suprema, «questo ordine non è basato su nessuna decisione riguardo alla costituzionalità della legge del Texas, e in nessun modo limita altri ricorsi proceduralmente corretti contro la legge del Texas, anche nei tribunali statali del Texas».

Il caso, dunque, può tornare alle corti inferiori, dove proseguirà la battaglia legale, il cui esito rimane incerto. Ma lo scontro tra pro vita e pro morte si gioca anche su altre cause. Davanti alla Corte Suprema, infatti, è atteso in autunno l’esame della legge del Mississippi che vieta gran parte degli aborti dopo la quindicesima settimana e che sfida apertamente il sistema imperniato sulla Roe vs Wade e sulle sue discendenti decisioni, come la Planned Parenthood vs Casey (1992), che prevede che una donna debba poter abortire legalmente nei 50 Stati federati almeno fino al punto di “viability”, cioè prima che il bambino sia in grado di sopravvivere fuori dal grembo materno.

In tutto questo c’è da considerare la variabile Biden, un tempo ‘moderato’ sull’aborto, ma oggi completamente asservito alle lobby abortiste che ne hanno favorito la scalata al potere e disposto a forzare gli stessi principi democratici e federali. Oltre ad aver attaccato, come visto, la Corte Suprema, il numero uno della Casa Bianca ha dato mandato al suo entourage di «lanciare uno sforzo dell’intero Governo», così da capire «quali passi il Governo federale può intraprendere per garantire che le donne in Texas abbiano accesso ad aborti sicuri e legali come protetti dalla Roe, e quali strumenti abbiamo per proteggere le donne e i fornitori [dell’aborto] dall’impatto del bizzarro schema del Texas di applicazione [della legge] appaltata a parti private», cioè all’iniziativa dei cittadini. In campo pro life si teme che Biden possa emettere un ordine unilaterale per facilitare gli aborti fuori dal Texas, finanziando con i soldi dei contribuenti gli spostamenti delle cittadine texane che chiedono di abortire. A dimostrazione della sua svolta sempre più radicale, Biden è arrivato ieri a negare (contrariamente al passato) il dato biologico, dicendo di rispettare «coloro che credono che la vita inizi al momento del concepimento», ma di non essere «d’accordo» con loro.

A biasimare la Corte Suprema anche Nancy Pelosi. La speaker della Camera ha annunciato che al ritorno dei parlamentari in aula, il 20 settembre, sarà presentato il Women’s Health Protection Act, un disegno di legge che a dispetto del nome, ingannevole, intende allargare le maglie dell’aborto in tutti gli Stati Uniti.

Intanto, tornando al Texas, il fronte pro vita sta accrescendo gli sforzi per aiutare le mamme con gravidanze difficili, e bisognose di un supporto morale ed economico. Un impegno favorito anche dallo stanziamento di 100 milioni di dollari deciso dai legislatori locali nell’ambito di un programma per offrire alternative all’aborto. E sono queste alternative la strada giusta: su cui, si spera, si indirizzeranno altri Stati insieme al Texas.

Ermes Dovico in LNBQ

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