S. Stefano, primo martire.

Pensando a questa festa, che come sempre è come un pugno nello stomaco, dopo il clima dolce, di familiarità, di convivialità natalizia, mi veniva istintivo riandare con la memoria a quanti, sull’esempio di Stefano, questo primo martire/testimone della fede hanno pagato la fedeltà al nome di Cristo, che è poi quel bambino che abbiamo contemplato ieri a Betlemme non hanno esitato a versare il loro sangue quest’anno.
Un immagine mi è venuta subito alla mente, come un flash, quella di 21 giovani cristiani copti che in Libia sono stati sgozzati dai miliziani islamici. Forse non tutti sanno che “secondo la decifrazione del labiale” che è stata fatta , hanno continuamente pronunciato il nome di Gesù. Il loro vescovo ha detto: “ Quel nome sussurrato all’ultimo istante è stato come il sigillo del loro martirio”. Cristiani forti, questi copti, che hanno conosciuto qualcosa come quattordici secoli di persecuzioni islamiche.” ( A. Socci ) Eredi di una innumerevole schiera iniziata proprio come il santo che oggi la Chiesa e la liturgia ci pone davanti a ricordarci la concretezza di quella fede che siamo chiamati a testimoniare.  Stefano ci fornisce il modello della testimonianza! Una scelta che passa attraverso quelle opere di misericordia che ci vengono ben illustrate dal bellissimo, ( come sempre), presepe che abbiamo qui in chiesa: dar da mangiare, dar da bere, vestire e accogliere, visitare infermi e carcerati, alle quali si aggiunge anche l’ onore che si deve rendere ai morti con la sepoltura, che si radicano in quell’ amore a Dio e al prossimo che Gesù ci ha insegnato. Queste opere non nascono da un filantropismo umana, ma dall’amore a Dio che si esprime e si nutre della carità.

Ma Stefano non viene ucciso per le opere di carità. Esattamente come succede per la Chiesa. Nessuna la rimprovera per le opere caritative, anzi viene cercata e ci si meraviglia quando nonostante l’ impegno non riesce a fare di più. Stefano non viene ucciso per il servizio della carità, ma perché annuncia Gesù Cristo, il Messia autentico annunciato dai profeti, rifiutato “ dalle tenebre”, per riprendere il Vangelo della Messa del giorno di Natale ( Prologo di Giovanni) .

Quel Gesù, che non “ ha trovato” alloggio a Betlemme, continua ad essere rifiutato, cacciato fuori. Così anche la Chiesa, quando è fedele al vangelo, riproponendo quei valori che non sono negoziabili, come non sono negoziabili Gesù Cristo e il vangelo per il cristiano, il credente deve essere tolto di mezzo, cacciato allontanato.

Eppure oggi come non mai il mondo ha bisogno dell’annuncio di Gesù, del vangelo, ed è necessaria la nostra testimonianza, nella consapevolezza che non sarà facile, ma deve essere anonima. Dobbiamo lasciare trasparire con chiarezza, dire con fermezza che solo nell’accogliere Gesù Cristo l’uomo, ciascuno di noi, può ritrovare non solo se stesso, ma incontrarsi con Dio, esserne Figlio, che è la realtà più grande bella che ci possa accadere.

“A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
14E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.” ( Giovanni prologo)

Continuiamo a servire il Signore, perseveriamo sino alla fine, sempre, in ogni luogo, sapendo che la nostra vita è tutta nelle mani del Padre. Questa è la fede, che non ci fa smarrire, confondere. Senza di essa potremmo anche abbandonare la via della vita e incamminarci peri sentieri di morte del peccato. Perseverare sino alla fine e la fine potrebbe essere anche la morte violenta, da trasformare in un sacrificio gradito al Signore, ma questo è dono di Dio da implorare.

Soli Deo gloria qydiacdon

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