Per noi è importante … e lo trasmettiamo ai nostri figli … (la fede che posto occupa nell’educazione dei figli) – incontro con i genitori dei bambini di II elementare

Nell’ incontro precedente, (Quali immagini di Dio?), ci siamo fermati a riflettere su che immagine di Dio trasmettiamo ai nostri figli e del dovere educativo dei genitori nei confronti dei figli, assieme alle altre “agenzie educative”, e del compito educativo che ha la comunità cristiana.

Ora sarebbe bello se riuscissimo, con molta semplicità a riflettere un attimo su ciò che riteniamo prioritario nella nostra vita, provate a pensare almeno a tre cose, e vediamo se riusciamo ad aprire un confronto.

Possono essere tante le cose, vi offro alcuni spunti: la legalità, il rispetto, l’onestà, la sincerità, il lavoro, la vita, l’ecologia, l’ambiente, la vita …
Nel fare questo è importante che siate estremamente sinceri, che non scegliate pensando ad esempio in questo modo: “dal momento che mi trovo qui allora scelgo … perché questo è quanto si attendono che io dica”.

Vi ho fatto fare questo piccolo “esercizio, chiamiamolo così, perché noi trasmettiamo quello che riteniamo importante; lo testimoniamo, ci impegniamo, lo sosteniamo nelle parole e nei fatti, in questo senso, nell’ambito familiare e non educhiamo le nuove generazioni, in queste vi sono anche i vostri figli. Educhiamo più con la vita e con l’esempio che non con le parole.

Fra le priorità, almeno per chi si professa non solo credente, ma cristiano, una, la prima che dovrebbe emergere è quella di educare alla fede. A questo punto fermiamoci a riflettere un attimo su cos’è la fede e su cosa significhi educare alla fede!

Si fa presto a dire fede …  

Nel linguaggio comune con la parola fede si intende, di per sé, la disponibilità ad accettare come vere le informazioni che riceviamo dagli altri, senza ancora averne direttamente le prove personali, facendo leva unicamente sull’autorità altrui. Così si crede al medico, al maestro, alla mamma, agli astronomi, agli scienziati ecc. Se poi, invece, si fa riferimento ad un “Essere superiore” (quello che noi chiamiamo Dio), allora si intende proprio un dono dello stesso Dio e soprattutto la prima delle cosiddette tre virtù teologali: Fede, Speranza e Carità. E, in senso più ristretto, come assenso della nostra mente a una verità rivelata da Dio e a noi proposta dalla Chiesa, non in forza della sua evidenza, ma in quanto derivante da Dio, il quale non inganna e certamente non può ingannare.
In questo senso la fede è un dono di Dio, ma, nello stesso tempo, è una risposta libera, ragionevole e totale, mediante cui confessiamo la verità circa la divina autorivelazione compiutasi definitivamente in Cristo. È ovvio, quindi, che, trattandosi di un dono di Dio, debba esserci un inscindibile rapporto tra l’uomo che afferma di avere la fede e Dio, il quale, nella tradizione monoteista, è riconosciuto come personale, eterno, immutabile, onnisciente e creatore onnipotente. L’uomo di fede, pertanto, non è colui che afferma di credere in qualcosa di astratto e di non ben definibile, senza alcuna effettiva conseguenza per la sua vita comportamentale, sia a livello di coscienza personale, sia nell’osservanza di quelle norme derivanti dalla rivelazione scritta o orale. No! L’uomo di fede crede in un Essere personale, cioè in una Persona. E infatti il vero motivo che porta alla fede, anzi il fattore decisivo, anche quando si è ricevuta un’educazione religiosa, va trovato nell’autorità di Dio che rivela.(Mons. Grillo vescovo emerito di Civitavecchia- Tarquinia il vescovo della Madonnina delle lacrime di Civitavecchia, a cui la madonna pianse in mano e su cui la Chiesa sta ancora indagando)

Il CCC al n°166: La fede è un atto personale: è la libera risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio che si rivela. La fede però non è un atto isolato. Nessuno può credere da solo, così come nessuno può vivere da solo. Nessuno si è dato la fede da se stesso, così come nessuno da se stesso si è dato l’esistenza. Il credente ha ricevuto la fede da altri e ad altri la deve trasmettere. Il nostro amore per Gesù e per gli uomini ci spinge a parlare ad altri della nostra fede. In tal modo ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli altri.

I teologi dicono che la fede fondamentalmente è un dono di Dio, ma è anche una conquista, nel senso che essa deve crescere anche nell’intelligenza. In altri termini la fede non cade bella e fatta dal cielo. Raggiunge l’uomo nell’intimo della sua storia, e lo può prendere di sorpresa, come un amore, alla svolta di un incontro, di una relazione, di un’amicizia, di una lettura, di un evento lieto o triste. Ma nulla, neppure la testimonianza di una vita cristiana eroica, può costringere a credere. Tutt’al più, i mezzi o gli esempi possono togliere alcuni ostacoli contrari alla scelta della fede e destare, porre in ascolto, rendere disponibili. Alcuni parlano di uno scatto o di una scintilla. Il fatto di aver ricevuto il battesimo fin da bambino o di essere giunti molto tardi alla fede, non cambia fondamentalmente nulla nella questione: si tratta di impegnarsi personalmente. Ovviamente i teologi si interessano soprattutto sul progetto di Dio nella storia degli uomini, cioè in quanto è vissuto come evento nell’attualità della storia. In questo senso la fede non è soltanto fedeltà a un passato, difesa di una eredità o di un patrimonio, ma sforzo per rispondere alla chiamata di Dio nell’epoca in cui ci troviamo. Credere significa aderire a una presenza di Dio nel cuore del mondo e della storia.
(mons. Grillo cit.)

Qualcuno potrebbe dire:” Ok, va bene, ma poi educare alla fede per la vita pratica è così importante? Cosa centra la fede ad esempio con la capacità di relazionarsi, con l’amicizia’, con la fiducia, con la gratuità ecc. ecc.

Questo è uno dei pericoli che si corre oggi! Pensare la fede come qualcosa di privatistico, intimo che non ha a che fare con la vita pratica.

*cercherò allora di fare alcuni accenni, alcune pennellate appena tracciate, su come educare alla fede sia educare alla vita, su come essa abbia a che fare con la vita pratica, concreta e possa contribuire alla sua crescita!

-Educare alla fede significa educare alla relazione. In un contesto in cui la relazione diventa difficile a tutti i livelli. Nei ragazzi lo vediamo nell’ esperienza del gioco, pensiamo alla violenza tante volte insita nel linguaggio, questo vale per giovani e adulti. Ricordo che quando insegnavo ancora alla scuola media uno delle cose che creava più problemi era quello durante l’intervallo e nel cambio dell’ora fra una lezione e l’ altra: spinte, e botte, che i ragazzi si scambiavano facendosi anche male, e per loro era una cosa normale. Quando venivano richiamati la risposta qual’ era: stiamo giocando!

Nella fede noi siamo chiamati a vivere la relazione con Dio, certamente, ma anche con il prossimo!
Quando a Gesù chiedono qual’ è il più grande comandamento egli risponde: “28Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 29Gesù rispose: «Il primo è:Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; 30amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 31Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi”.

Una relazione duplice che si rivolge certamente a Dio, ma che nello stesso tempo è strettamente collegata a quella che viviamo con l’altro.

Nel discorso dell’amore al prossimo possiamo leggere, nella sua attualizzazione poi, educare a quei valori di tolleranza, di giustizia, di rispetto, di attenzione all’ altro, di condivisione, di solidarietà di cui tanto si parla, ma che spesso rimangono appunto solo parole.

Se andate a leggere la Lettera di Giacomo che è breve sono solo 5 capitoletti vi sono criteri molti pratici sulla modalità di come deve essere questo nostro rapporto. Intanto in un mondo in cui si parla tanto di solidarietà la scelta preferenziale per i poveri.
L’autore non promette un ribaltamento sociale ma chi aderisce alla logica della fede non può continuare a vivere seguendo le convenzioni sociali del mondo. Giacomo quindi biasima fortemente i cristiani che disprezzano il povero tanto più che i ricchi sono gli oppressori e coloro che ripudiano il Cristo. Chi sono questi ricchi? In base a ciò che è scritto sembra trattarsi di cristiani disonesti che non retribuiscono con giustizia i loro operai.

Vorrei leggervi poi quello che dice sull’ uso del linguaggio, della lingua: “1 Fratelli miei, non siate in molti a fare da maestri, sapendo che riceveremo un giudizio più severo: 2tutti infatti pecchiamo in molte cose. Se uno non pecca nel parlare, costui è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo. 3Se mettiamo il morso in bocca ai cavalli perché ci obbediscano, possiamo dirigere anche tutto il loro corpo. 4Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e spinte da venti gagliardi, con un piccolissimo timone vengono guidate là dove vuole il pilota. 5Così anche la lingua: è un membro piccolo ma può vantarsi di grandi cose. Ecco: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! 6Anche la lingua è un fuoco, il mondo del male! La lingua è inserita nelle nostre membra, contagia tutto il corpo e incendia tutta la nostra vita, traendo la sua fiamma dalla Geènna. 7Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dall’uomo, 8ma la lingua nessuno la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale. 9Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio. 10Dalla stessa bocca escono benedizione e maledizione. Non dev’essere così, fratelli miei! 11La sorgente può forse far sgorgare dallo stesso getto acqua dolce e amara? 12Può forse, miei fratelli, un albero di fichi produrre olive o una vite produrre fichi? Così una sorgente salata non può produrre acqua dolce.”
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Sull’ amicizia, che svolgerà un ruolo molto importante nella vita dei vostri figli e credo abbia svolto un ruolo importante anche nella nostra vita, troviamo diversi testi:

Sir 22,20 Chi scaglia un sasso contro gli uccelli li mette in fuga,
chi offende un amico rompe l’amicizia.

Sir 25,1 Di tre cose si compiace l’anima mia,
ed esse sono gradite al Signore e agli uomini:
concordia di fratelli, amicizia tra vicini,
moglie e marito che vivono in piena armonia.

Sir 27,18 perché, come chi ha perduto uno che è morto,
così tu hai perduto l’amicizia del tuo prossimo.

Pro 17,17 Un amico vuol bene sempre,
è nato per essere un fratello nella sventura

Sir 6,14 Un amico fedele è rifugio sicuro:
chi lo trova, trova un tesoro

Sir 6,15 Per un amico fedele non c’è prezzo,
non c’è misura per il suo valore.

Sir 6,16 Un amico fedele è medicina che dà vita:
lo troveranno quelli che temono il Signore

Fino a giungere a quello che dice Gesù ai suoi:

Gv 15,13 Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.
Gv 15,14 Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando.
Gv 15,15 Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.

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Riconoscere l’ Alterità

La prima alterità che siamo chiamati a riconoscere è quella di Dio. Riconoscere questa alterità vuol dire prendere consapevolezza che ciascuno di noi è comunque, in tutta la sua bellezza e complessità, fragile e limitato, questa consapevolezza gli permette di acquisire quella grande virtù che si chiama umiltà. Una virtù che ci permette di:

“L’accettare l’altro, che forse è più grande di me, suppone proprio questo realismo e l’amore della verità; suppone accettare me stesso come ‘pensiero di Dio’ così come sono, nei miei limiti e, in questo modo, nella mia grandezza”.
“Accettare me stesso e accettare l’altro vanno insieme”, è l’esortazione che il Papa (Benedetto XVI) rivolge ai suoi parroci di Roma e con loro a tutti i fedeli. E aggiunge che “le piccole umiliazioni” che dobbiamo vivere quotidianamente “aiutano ognuno a riconoscere la propria verità ed essere così liberi” dalla “vanagloria che è contro la verità e non mi può rendere felice e buono”:
“Accettare e imparare questo, e così imparare ad accettare la mia posizione nella Chiesa il mio piccolo servizio come grande agli occhi di Dio. E proprio questa umiltà, questo realismo rende liberi”.
“Se sono arrogante, se sono superbo – è il monito del Papa – voglio sempre piacere e se non ci riesco sono misero, sono infelice e devo sempre cercare questo piacere”. Ecco allora che l’umiltà mi dà coraggio e mi rende libero:
“Quando invece sono umile ho la libertà anche di essere in contrasto con un’opinione prevalente, con pensieri di altri, perché l’umiltà mi dà la capacità, la libertà della verità. E così, direi, preghiamo il Signore perché ci aiuti ad essere realmente costruttori della comunità della Chiesa”.
(Benedetto XVI – (Incontro con i parroci, 23 febbraio 2013)
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Potrei aggiungere che educare alla fede, di riflesso ancora educa nella vita e per la vita alla fiducia, alla gratuità, al rendimento di grazie, alla libertà nell’ uso dei beni, all’ importanza della famiglia come unione di un uomo e una donna in un legame stabile e duraturo, quello del matrimonio … vi sarebbe tanto altro da aggiungere, ma voglio sottolineare l’aspetto della riscoperta di noi stessi come di un unicum materiale e spirituale nello stesso tempo.
Noi oggi non siamo molto abituati a considerare la nostra dimensione intima, profonda, interiore, che pure c’è, esiste, anche se abbiamo perso l’ abitudine a considerarla, ad ascoltarla, e a farla crescere.

Così concludo con un testo che lascerò poi alla vostra meditazione e con una preghiera.

Il cuore cherubico

In ciascuno di noi c’è qualcosa di simile ad un cherubino, qualcosa di somigliante all’angelo divino dai molti occhi, come una coscienza.
Ma questa somiglianza non è esteriore, né apparente. La somiglianza con il cherubino è interiore, misteriosa e nascosta nel profondo dell’anima.
E’ una somiglianza spirituale. C’è un grande cuore cherubico nella nostra anima, un nucleo angelico dell’anima, ma esso è nascosto nel mistero ed è invisibile agli occhi della carne.
Dio ha messo nell’uomo il suo dono più grande: l’immagine di Dio. Ma questo dono, questa perla preziosa, si nasconde negli strati più profondi dell’anima: chiuso in una rozza conchiglia, fangosa, giace sepolto nel limo, negli strati più profondi dell’anima.
Tutti noi siamo come dei vasi di argilla colmi d’oro scintillante. Di fuori siamo anneriti e macchiati, dentro invece siamo risplendenti di una luce radiosa.
Il tesoro di ognuno di noi è sepolto nel campo della nostra anima. E se qualcuno trova il proprio tesoro, allora trattiene il respiro, abbandona tutti i suoi affari per poterlo portare alla luce. In questo sta la più grande felicità, il bene supremo dell’uomo. In questo consiste la sua gioia eterna.
Il regno dei cieli è la parte divina dell’anima umana. Trovarla in se stessi e negli altri, convincersi con i propri occhi della santità della creatura di Dio, della bontà e dell’amore delle persone, in questo sta l’eterna beatitudine e la vita eterna.
Chi l’ha gustata una volta è pronto a scambiare con essa tutti i beni personali. La perla che il mercante cercava non è lontana, l’uomo la porta con sé ovunque, solo che non lo sa.
E ognuno di noi va angosciato per il mondo, pur avendo un tesoro dentro di sé molto spesso crede che una simile perla sia in qualche posto lontano. Beato colui che vede il suo tesoro! Ma chi è in grado di vederlo? Chi vede la sua perla?
Le cose terrene le vede solo colui che ha un occhio corporeo puro; le cose celesti le vede solo colui che ha puro l’occhio celeste, il cuore. Beati i puri di cuore perché vedranno Dio, lo vedranno nel proprio cuore e in quello altrui; lo vedranno non solo in futuro, ma anche in questa vita, lo vedranno adesso.
Basta solo che purifichino il loro cuore! (Pavel Aleksandrovič Florenskij, Il cuore cherubico, Piemme 1999)

Preghiera Finale

La fede è la più grande fonte di energia
a cui può far ricorso l’uomo per superare
le difficoltà, per ritrovare la voglia di capire,
di fare, di esistere e di resistere.

La fede dunque fruttifica anche se è un seme minimo;
si radica nella mente e nel cuore
generando fiducia
spirito di servizio, accettazione del rischio.

Diciamo spesso: Signore aumenta la mia fede.
Il ritorno ad una fede forte trova
in questa invocazione
la sua espressione più vera.

Deo gratias, qydiacdon

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