Parlare ai bambini del Natale ( e di Dio in genere)

“ E il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, è questo quello che l’ evangelista Giovanni dice descrivendo il grande evento dell’ Incarnazione, del Natale che noi ci apprestiamo a celebrare.

Allora, nel preparare questo incontro, mi sono posto una domanda: “Come parlare del Natale ai nostri bambini?”. Per non ridurlo a un bello e pio racconto, certo pieno anche di tanti buoni sentimenti, in un contesto come quello di oggi “ in cui la stella di Betlemme è una stella che anche oggi continua a brillare in una notte oscura”.     

Oggi diventa difficile, in famiglia parlare di Dio, e quindi anche del Natale, se non attraverso luoghi comuni e frasi fatte di circostanza. Credo che per i genitori, in un contesto ormai già trascorso fosse più facile, quando i segni della fede cristiani scandivano ed accompagnavano i ritmi della vita. Vi è stata una svolta, il discorsi di fede tendono ad essere, in questo nostro tempo, emarginato e ridotto all’ ambito del privato. I grandi appuntamenti della fede cristiana, come quello del Natale , diventano sempre più un occasione commerciale, laica, tanto che i numerosi segni sfuggono alla comprensione o vengono messi in discussione, come quello del presepe. Una certa difficoltà, un imbarazzo, per non dire a disagio vi può essere, quindi, a parlare di Dio ai propri figli: “Non sappiamo come fare”, a volte si sente dire.

Ma perché è così difficile?

Forse perché proprio i genitori, sono i primi che devono dare delle spiegazioni a se stessi. “Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni.”( 1Pietro 3,15), forse perché si teme di essere inadeguati, pur cercando anche di vivere una vita di fede, per non parlare poi delle situazioni di difficoltà che vivono tante famiglie oggi.
Che fare?

Cerco, tento, di rispondere. Voi prima di essere genitori sapevate quello che significava? Che ne sapevate di tutto quello che vi si è svelato nel momento in cui siete diventati genitori, quando un esserino di 50 cm è venuto a sconvolgere la vostra vita? Avete fatto qualche corso di formazione particolare, siete andati in rete e avete cercato tutte le notizie possibili immaginabili, tranne poi rendervi conto di una realtà diversa da tutte quelle che vi sono state descritte.

Poi, mi vorrei rivolgere in particolare alle mamme, adoperando delle parole che non sono mie:
“ Che ne sapevate di quel che significa essere mamma … Che ne sapevate di tutto ciò che si è rivelato in voi stesse, quando una giovane vita si è annunciata nel seno medesimo della vostra? Che cosa conoscevate di quella orchestrazione prodigiosa di mezzi che il vostro fisico ha posto in opera per permettere a una nuova esistenza di nascere dalla vostra? Ma soprattutto che ne sapevate della straordinaria esperienza della maternità? Chi avrebbe potuto far prevedere di quale amore sareste capaci verso quell’ esserino, che era, in misura ancora così larga, parte di voi stesse e che cominciava ad offrirsi come oggetto del vostro amore? Chi di voi sapeva quello di cui sareste state capaci prima di quel momento? Chi vi ha insegnato i gesti di cui il neonato ha così profondo bisogno e senza i quali è condannato a morire o a soffrire per tutta la vita?
Il Signore che guida la nostra storia con la sua provvidenza ha messo spontaneamente nelle mamme delle risorse inaspettate, e non è possibile che faccia altrettanto e ancora di più quando si tratta di far conoscere al cuore umano, a quello nostro e a quello dei vostri figli, quando si tratta di conoscerlo, di conoscere il suo amore?

Pensiamo anche che voi diventate genitori non semplicemente di un uomo qualsiasi, ma di un figlio di Dio al quale, per certi aspetti solo voi potrete far conoscere il Signore a quel cuore piccolo e tenero che è ancora così vicino al vostro. Nello stesso modo in cui voi avete insegnato loro a dire papà e mamma, e senza tanta fatica.”

Se questo vale per parlare di Dio in generale, collochiamolo nel contesto del Natale.

Riprendo una frase che troviamo nella 1 lettera di Giovanni:

“1 Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita 2 poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi, 3 quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. 4 Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta.”

*Giovanni ci parla di un’esperienza che egli ha vissuto, ripensiamo, quindi, a quell’ esperienza del Natale che abbiamo vissuto, quando anche a noi è stato donato il presepe o l’ albero di Natale, pensiamo cosa significhi e come viviamo il Natale e il periodo che lo precede: l’ Avvento, di quali significati lo riempiamo! Che cosa abbia significato e di cosa significhi il Natale per noi. E, oggi, davvero il Natale significa, per noi, la venuta non solo del bambino Gesù, ma di Gesù come la venuta di Dio nella vita e nella storia dell’ umanità, ma anche nella mia vita e nella mia storia, lo vivo come qualcosa di contemporaneo o di estraneo alla mia, qualcosa di relegato al passato, come una bella favola?

Tutto quello che l’ apostolo Giovanni può dire di Dio, lo può fare per quella esperienza che lui ha avuto di Gesù. La domanda che sorge è conseguente: Quale esperienza abbiamo noi di Gesù?

 Uno studioso protestante, il dottor. Scheweitzer, aveva fatto uno studio sulla vita di Gesù pubblicato il secolo scorso. E diceva: “è molto strano come ciascuno di noi, quando descrive Gesù, lo descrive secondo il suo ideale di uomo. I rivoluzionari descrivono Gesù come un rivoluzionario, i conservatori lo descrivono come un conservatore, e ciascuno lo descrive secondo le sue preferenze. Il che è terribilmente pericoloso, perché ciò che salva non sono i nostri ideali, il mio ideale di uomo, quello che ci salva è Gesù così com’era lui. Allora, devo imparare a prenderlo così com’era e non deformarlo secondo i miei interessi o le mie idee. E come faccio a prenderlo così, com’era? Ascoltando la testimonianza degli apostoli. Per questo leggo il vangelo, le lettere di s. Paolo, questa lettera di Giovanni, perché qui ci viene fatto conoscere ciò che Gesù è veramente per noi.”[ le altre lettere, il Nuovo Testamento e tutta la Bibbia].

Ritengo che si tratti di condurre i nostri bimbi dentro ad un’ esperienza condivisa in cui i genitori sono allo stesso tempo gli educatori e vengono, in un certo modo, se sono attenti, generosi, concedendo tempo e ascolto ai loro figli, loro stessi educati.

Faccio un esempio, quello della preghiera!

[Questo sarebbe un tema da affrontare che rimando: “ che cosa è per noi la preghiera e che cosa significa pregare”, ma potremmo, se lo desiderate, svilupparlo in uno dei nostri prossimi incontri.]

È difficile per un bambino capire discorsi astratti. “ a un bambino non si fanno discorsi astratti”, non è in grado , ancora di operare operazioni su contenuti astratti” intendendo con questo “contenuti immediatamente percepibili” , che si sviluppano solo in un secondo tempo. Nel caso della preghiera vuol dire che gli insegnerò a parlare con Dio, conducendolo in questa esperienza.

Voi capite, però, che diventa difficile se io non stesso non vivo questa realtà, se essa non fa parte del mio tessuto quotidiano, per dirlo con altre parole: “Se non prego e non credo nell’ efficacia della preghiera”.

Cosa vuol dire questo per dei genitori?

Significa rendere il bambino partecipe di quella preghiera che fanno essi stessi. Questo aiuterà anche i genitori a riscoprire la preghiera, il bambino poco a poco cercherà di mettersi in sintonia con gli atteggiamenti del genitore, che in quel momento sta cercando di comunicargli.

Un’ obbiezione potrebbe essere: ma il linguaggio della preghiera è difficile … Ma anche il bambino, all’ inizio, non sa ciò che mette con precisione nelle parole papà e mamma, ( i vostri ormai lo sanno); quando le pronuncia per la prima volta, sente ciò che vi vuol mettere e ciò che noi lo aiutiamo a mettervi. Così anche il linguaggio della preghiera e di ciò che riguarda la fede, di fronte al quale spesso i bambini che vengono a catechismo sono neonati o poco più. Tutto forse non sarà compreso, ma se da noi è dato con amore e semplicità sarà comunque amato. Dice un teologo:
“ Non tutto sarà subito da lui visto nel suo significato profondo, tutto però sarà accompagnato da quei sentimenti profondi senza i quali le parole, anche se comprese, diverranno un giorno inutili, incapaci di sopravvivere, come fiori senza radici in un terreno inaridito”.[ Purtroppo questo accade a tanti]

*Torniamo ancora al testo di Giovanni:
“ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita 2 poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi, 3 quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi”
Il verbo della vita, questo termine lo ritroviamo anche all’ inizio del vangelo di Giovanni, che troveremo, che ascolteremo in una delle messe del giorno di Natale in cui verrà letto il prologo del vangelo di Giovanni e ritroveremo proprio questo termine: “ In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”.

È quella Parola che sta all’ inizio, quella parola che ha creato l’ universo, se andiamo a leggere la Genesi, proprio all’ inizio al primo capitolo, nel primo racconto della creazione, quello nello schema dei sette giorni, vi è come una litania:
“ Dio disse …”
Cosa dice Giovanni?

Giovanni dice che questa Parola si fa carne. Noi quando pensiamo alla divinità pensiamo a qualcosa di potente, di grande, di stravolgente, che sfugge alla materialità, che non può essere toccata da quelle fragilità che toccano gli uomini. Dire che la Parola si fa carne, quella Parola che è Dio stesso, significa che assume tutta la nostra umanità e limitatezza, tutta tranne che il peccato, che ci spinge al male, per la quale Dio che è vita, che è onnipotenza si fa debolezza al punto che il suo destino sarà la croce. Una debolezza tanto grande che potrà essere rifiutata, tradita umiliata.

Proprio, però, perché la parola di Dio diventa carne, l’ uomo, io, voi, i vostri figli possono camminare verso la vita, quella vita a cui l’ uomo guarda, cerca, ma che non può darsi da solo.

Ecco cosa vi è dietro il mistero del Natale!

“Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.”, dice ancora Giovanni nel suo prologo. Vedere Dio è il grande desiderio dell’ uomo, perché Dio è pienezza di tutto quanto vi è di bello, di bene, di amore, di vero, di vita. Anche il non credente ha questo desiderio più o meno consapevolmente. Quello che non è accessibile all’ uomo, diventa accessibile nella contemplazione del mistero del Natale.

quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. 4 Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta”
E qui ci giochiamo tutto. Perché noi siamo chiamati a trasmettere, con i gesti, con le parole, con i segni della festa, del presepe e anche dell’ albero, ma anche del ritrovarci insieme, dei doni stessi che ci scambiamo un incontro che ha prima di tutto cambiato noi stessi, di fronte al quale anche noi siamo rimasti affascinati e stupiti nello stesso tempo e di fronte al quale continuiamo a rimanere stupiti, lasciando parlare in noi il mistero. Fare il presepe assieme a loro, mettere assieme i vari personaggi, che portano le caratteristiche della nostra vita il lavoro, nelle sue molteplici forme, il cibo, l’ ambientazione stessa, la collocazione della capanna della natività, al centro stesso del presepe, diventa occasione per riflettere, come già dicevo ai bambini, su come tutti i personaggi che sono in cammino verso quella capanna rappresentino noi che siamo in cammino per incontrare Gesù e di come Egli debba essere il cuore pulsante della nostra vita. Il fatto che tutti portino qualcosa che fa parte della loro vita, delle cose che fanno ogni giorno, è importante perché è mettere ai piedi, di un bimbo appena nato la nostra vita sperando che Gesù con la sua nascita la renda più bella, più luminosa, completa, alla quale non manchi più nulla! Questa cosa si chiama speranza. Fondata sul fatto che la nostra vita Gesù l’ha assunta pienamente, mica apparentemente, che ha condiviso con noi gli stessi sentimenti sentimenti: dalla gioia al dolore, dall’ amicizia al tradimento,
dall’ accoglienza al rifiuto, all’ incomprensione, alla solitudine, alla morte per donarci la vita.

Se questo è il Natale che abbiamo in noi sapremo anche trasmetterlo, esattamente come dicevamo per la preghiera. Questo richiede tempo, però, tempo da dare ai nostri figli, in cui quello che facciamo diventa “un iniziare”, un introdurre dentro ad un’ esperienza prendendo per mano, raccontandoci con molta semplicità, non dimenticando che i bambini hanno molto meno precomprensioni rispetto a noi, sono più aperti al senso del mistero, ma non perché siano creduloni, per il semplice fatto che non hanno sedimentato tutte quelle sovrastrutture legate a una certa impostazione di vita che tende sempre di più a togliere spazi alla riflessione, alla domanda e alla ricerca di senso e di significato.

Noi, poi, non abbiamo più dimestichezza con il narrare, che è vero è un arte, che i nostri nonni avevano ancora e che non sarebbe male riprendere.
Penso ad esempio perché non accompagnare il fare l’ albero raccontando qualche storia, se ne trovano tantissime anche in rete, così con i personaggi del presepe, cercando di non cadere nelle banalità. Penso, anche, perché non scandagliare la nostra memoria andando a riscoprire quali sono i vostri ricordi … e con semplicità narrali assieme alle sensazioni e alle emozioni che hanno suscitato in voi. Io penso all’ albero di natale che faceva il mio papà che non aveva le luci e al posto dei nastri argentati e delle palline aveva mandarini e strisce di caramelle infilate con l’ ago e il filo da cucire. Poi al presepe in cui le case non erano acquistate già confezionate, ma iniziate a costruire tempo prima per poi giungere alla Vigilia dove albero e presepe venivano allestiti, e non prima …

Credo che ciascuno di voi abbia in se dei ricordi ed emozioni particolari, sentimenti provati, magari li avete già anche raccontati, ma perché non riprenderli e rileggerli alla luce dei fatti che accadono oggi! Allora si potrà essere davvero “in comunione”, ma in una comunione che è dono che nasce dalla venuta del Signore Gesù in mezzo a noi, una comunione che non è legata solo dai vincoli del sangue, ma dalla stessa vita di Dio in noi.

«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».
È il canto che sentiamo risuonare nella notte di Natale allora vorrei concludere in questo modo:
“ Il Natale non è un appello alla buona volontà degli uomini, ma annuncio radioso della buona volontà di Dio per gli uomini.(…)Natale è la suprema epifania dell’ amore di Dio: in esso – dice S. Paolo-  si manifesta la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini. Questa è “rugiada” che, a Natale,  stilla dai cieli, la “dolcezza” che è piove dall’ alto”.

Possa questa rugiada irrorare i vostri cuori, quella dei vostri figli e tutte le famiglie!
qydiacdon
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Bibliografia:

• Padre Raniero Cantalamessa: I misteri di cristo nella vita della Chiesa- Ancora
• Edith Stein. Il mistero del Natale –Queriniana
• L. Monari: la vita si è fatta visibile, commento alla 1 letetra di Giovanni – ed. S.Lorenzo
• Card. G. M. Garrone: Come parlare di Dio ai bambini. In: I grandi teologi rispondono- E.P

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