Meditazione nella Solennità di Cristo re dell’ Universo – MT 25,31-46: ” Avevo fame… avevo sete … ero nudo…”

Siamo alla fine dell’ Anno Liturgico, dell’ anno della Chiesa e la festa di oggi, con  questo testo del vangelo ci invita a fare una specie di esame di come abbiamo vissuto quest’anno in cui ancora una volta Gesù ci ha chiamato a camminare con Lui.

In realtà Gesù ha già incominciato a farlo Domenica scorsa con la parabola dei talenti. Sia la parabola dei talenti che il brano del vangelo di oggi fanno parte di un unico grande discorso che Gesù fa, rivolto ai discepoli.

Ma come e in quale modo investire i talenti affidati?

Allora immaginiamo un attimo! Abbiamo un capitale da investire, vi sono tante opportunità, posso comprare dell’ oro, degli immobili, investirlo in bot, in azioni, in fondi, posso metterlo più semplicemente in banca, contrattando gli interessi … se faccio un buon investimento posso raddoppiare il capitale, nella peggiore delle ipotesi quello della banca e  avere un esiguo margine di guadagno …

Con la parabola di oggi Gesù  ci indica dove e come investire!  Vi è una parabola nel Vangelo di Luca che parlando  a degli invitati a un banchetto dice: “ quando fai un pranzo o una cena non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitano anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi, e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai, infatti, la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”. Investi nella Carità, investi nell’ amore, – ci dice Gesù – quell’ amore di cui parla S.Paolo nella lettera ai Corinti : “La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, 5non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. 7Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.”.  in quell’ amore che è il primo e più grande dei comandamenti: l’ amore a Dio e in quel secondo che è simile al primo: l’ amore al prossimo!

Pessimo consiglio … cosa ci guadagno io, corro il rischio di trovarmi fregato, manipolato, raggirato insomma in braghe di tela, come procacciatore di affari non vali proprio caro Gesù, lasciatelo dire. Certo se siamo ancora nella logica che ogni cosa finisca quaggiù, se pensiamo che il nostro modo di vivere, di agire, non passerà mai sotto esame, ma la prima cosa che ci dice il vangelo di oggi è che la vita, la storia non si ferma quaggiù e noi lo sappiamo perché è quella speranza che ognuno di noi porta in se per se e per i propri cari, è il desiderio di un futuro che non si ferma al “domani speriamo che sia meglio di oggi” , che ha nostalgia di eternità!

Nella professione di fede diciamo  “ … aspetto la vita del mondo che verrà …”  Il come sarà questa vita del “mondo che verrà” dipende  da come avremo vissuto quella del mondo di qua.

La parabola ci rammenta anche un’altra realtà: vi sarà un giudizio!

In realtà il giudizio del Re altro non è  che prendere atto di come abbiamo vissuto e di come abbiamo accolto quell’amore di Dio riversandolo su quel prossimo, di cui noi dobbiamo farci prossimi come insegna Gesù nella parabola del buon Samaritano, che, come dice uno studioso,  “ Si è fermato non perché ha visto, ( anche gli altri  due avevano visto) , ma ha visto perché si è fermato” ( Carmine di Sante).  Allora  diamoci subito da fare … non perdiamo tempo!

Vi è un’ aspetto nella parabola, però, che passa spesso inosservato e che è lo stupore manifestato dai giusti: “… Signore quando ti abbiamo visto… quanto ti abbiamo dato … quando ti abbiamo … quando ti abbiamo …” Che forza questi giusti che non si sono resi conto di esserlo, che hanno compiuto il loro bene non attraverso chissà quali gesti clamorosi, certo per carità ben vengano anche quelli, ma  nella ferialità, nella vita di ogni giorno, nei gesti semplici, gesti che tutti possiamo compiere. Certo vi è la fame materiale, ma vi può essere anche la fame di sentirsi riconosciuti per ciò che si è: persone con la loro dignità e tutti possiamo donare un sorriso, un buongiorno, condividere ciò che abbiamo con semplicità …

Vorrei portarvi  una testimonianza che ho incontrato leggendo qua e là: Racconta Claire Booth, prima ambasciatrice americana in Italia nel dopo guerra di essersi trovata all’ entrata di una sezione di polizia provvisoriamente adibita a prigione, assieme ad altre persone, chi era lì per curiosare, chi perché aveva dei parenti. Ad un certo momento sentì delle voci rozze e una voce femminile sempre più stridente mano a mano che si avvicinava. Si aprì la porta e vide uno spettacolo che – dice- non dimenticherò mai. Una donna preceduta da due agenti, seguita da altri due e un robusto poliziotto che la teneva per un braccio. La donna aveva i capelli scarmigliati, la tempia destra livida, la sinistra coperta da grumi di sangue, le vesti erano strappate e si divincolava per liberarsi dalla stretta degli agenti maledicendo e bestemmiando. Agitava la testa in modo selvaggio mentre la trascinavano verso la porta. Che cosa potevo fare? – si chiese- Pregare? non c’era tempo. Cantare? Sarebbe stato assurdo. Darle del denaro? Non avrebbe potuto prenderlo. Non ne so nulla, non pensai neppure a chiedermelo: fu forse l’ ispirazione di un angelo? Un impulso improvviso mi spinse ad avanzare rapidamente e a baciarla sulla guancia. Gli agenti sorpresi dal mio gesto, allentarono per un momento la loro stretta… Non lo so! So solo che la donna con sforzo liberò le braccia, congiunse le mani e mentre il vento le faceva ondeggiare i capelli arruffati, alzò gli occhi verso il cielo grigio ed esclamò: “Dio mio!”. Poi si guardò attorno, come stravolta, e di nuovo levò gli occhi verso il cielo: “ Mio Dio! Chi mi ha dato un bacio? Nessuno, mai,  mi ha baciata dacchè mia madre è morta” Poi nascose il viso tra le mani e si lasciò condurre come un agnello, fino alla vettura cellulare che doveva portarla via, ripetendo ancora: “ Nessuno, mai, mi ha baciata dacchè mia madre è morta!” (*)

 Quella donna forse aveva anche fame e sete, ma non di cibo! Sarà finita fra la folla di carcerati di cui parla il Vangelo … Aveva fame di un qualcuno che gli si facesse prossimo per non farle sentire dimenticata e non amata. E ha incontrato qualcuno che con un gesto semplice: un bacio si è fatto vicino alla sua solitudine, alla sua paura, al suo pianto … I gesti di cui parla il Re sono gesti che fanno incontrare faccia a faccia; avete mai provato a versare da bere voltando le spalle?

Nei gesti elencati dal Re si parla di umanità che si incontrano, sguardi che si incrociano, mani che si tendono e si afferrano … e ci invita a pensare ad una povertà che è prossima, vicina a noi, non per dimenticare quella lontana, assolutamente, ma se non si comincia con chi è vicino … Forse può anche far comodo ed è più semplice parlare di chi è lontano, ma il Signore rivolgendosi a noi parla del nostro quotidiano e se andiamo a riflettere forse ci accorgiamo che le omissioni sono tante.

Poi vi e quella frase: “tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’ avrete fatto a me” … Quella dei poveri è una presenza ingombrante, ma Gesù si identifica con i poveri si tratta allora di un problema di riconoscimento. Quel riconoscimento che faceva dire a Madre Teresa di Calcutta, che dopo aver lavato un lebbroso, esclamò: “Oggi ho toccato la carne santissima di Gesù”.  Si può, però, riconoscere Gesù  nei poveri, negli ultimi e non riconoscerlo nei volti di quelli di casa, della nostra famiglia, dei nostri compagni di lavoro, o di studio?

Ovviamente la risposta è no!

Ma attenzione! Attenzione a non ridurre tutto a una pura e semplice questione di soddisfacimento di bisogni concreti, materiali, che escluda ciò che si crede, il rapporto con il Signore, la nostra appartenenza alla Chiesa, la rivelazione, la salvezza che ci viene donata da Gesù con il suo dare la vita per noi, il Vangelo che ci è stato consegnato, perché è solo la grazia di Dio, l’ amore per Lui che permette a Madre Teresa di dire quelle parole e di riconoscere Gesù in ciò che umanamente diventa difficile da amare e da accettare.

Allora vorrei ricordare  le parole dell’ apostolo Giovanni: “ In questo sta l’ amore . non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ci ha amato e ha mandato suo figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati (…) Noi amiamo perché Egli ci ha amati per primo … – e prosegue dicendo ancora –  Chi infatti non ama il proprio fratello che vede non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da Lui : chi ama Dio, ami anche suo fratello …

( 1 Gv 4;5)

 Qualcuno ha scritto: Guarire le piaghe del mondo, eliminare le miserie e le ingiustizie, tutto questo fa parte integrante della nostra vita cristiana, ma noi non rendiamo un servizio all’umanità che nella misura in cui, seguendo il Cristo, liberiamo noi stessi e liberiamo gli altri dalla schiavitù del peccato. Allora solamente il suo regno comincerà a diventare realtà. 

 Soli Deo Gloria, qydiacdon

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(*) S.Messina- P.Raimondo -commento al Vangelo dell’ anno A

 

 

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