Lutero: l’ astinenza dalle carni e il digiuno

Vittorio Messori scrive che terminati gli studi liceali lavorò al Lido di Venezia per un paio di mesi in un albergo molto frequentato da gente del cinema e sovraffollato in occasione del festival del cinema e annota:

“Tra le prime cose che mi insegnò il portiere titolare fu di porre una domanda ai clienti giunti per la prima volta: “Vegetarian?”. Se la risposta era positiva, occorreva aggiungere: “Strictly vegetarian?”, che sarebbe poi il mangiare “vegano”, come si dice ora. E questo per dare istruzioni alla cucina, visto che l’albergo era fornito di ristorante. Quando comincia a porre la domanda, restai molto sorpreso dalla quantità di “Yes” che ricevevo in risposta, mentre da noi il vegetarianesimo sembrava una bizzarria di qualche eccentrico e quello radicale, vegano, era sconosciuto, tanto che non ne conoscevamo nemmeno il nome.   Notai che, soprattutto tra gli strictly vegetarian, i giacobini dell’ alimentazione, c’era qualche inglese, ma la gran parte veniva dalla Germania e dai Paesi Scandinavi. Cioè dalle terre che per secoli erano state luterane e lo erano ancora, almeno ufficialmente.
Ben lontano com’ero allora da preoccupazioni religiose non mi ero accorto del paradosso. Solo in seguito scopersi le maledizioni scagliate da Lutero contro la vita monastica in cui aveva vissuto per tanti anni. Tra le cose che più lo indignavano c’erano quelle che nel linguaggio dei religiosi erano dette penitenze: i digiunie , soprattutto la dieta vegetariana. Dieta che era, purtroppo per lui, la pratica quotidiana, nel suo convento di Augustiniani della stretta osservanza.
Liberatosi dal saio, definiva “disumana” l’astensione dalle carni non solo per i frati, ma anche per ciascun credente. Non appena ebbe in mano il potere per creare una nuova chiesa, tra le prime misure ci fu il cancellare dal calendario i periodi quaresimali di digiuno e l’astensione al venerdì dalle carni. Così come sposò una monaca per, come diceva, “fare un dispetto al diavolo che ha inventato la castità e l’ha imposta ai frati per mezzo del suo strumento, il papa romano”, così mangiava wurstel ed arrosti a tutto spiano e nella Settimana Santa si faceva servire grandi bistecche.
Beh non è curioso che il vegetarianesimo sia nato e diventato ormai di massa proprio in quelle terre in cui mangiare sempre e comunque carne era, se non un precetto, un’esortazione religiose? Paesi in cui tra l’altro, si è riscoperto pure il digiuno come mezzo salutare, ma anche estetico: quel digiuno anche tanto odiato dal frate sassone?”

V. Messori, Il timone Febbraio 2017, Vivaio

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