II Domenica di Quaresima B – Anche noi trasfigurati in Cristo.

Fermiamoci un attimo a riflettere sulla prima lettura in cui Dio chiede ad Abramo di sacrificare suo figlio. Questo figlio avuto avanti negli anni, il suo unico figlio, amato.Abramo viene indicato come “Padre dei credenti”, così nel Canone Romano della Messa, perché è disposto a giocarsi tutto fidandosi di Dio, da quando lascia la sua terra per partire verso un luogo che non conosce, come ora che gli viene chiesto quanto gli è di più caro. Come ha detto qualcuno, egli scommette tutto su Dio.

La fede è proprio questo: un abbandonarsi a Dio, nonostante quello che accade, anche se non coincide con i nostri desideri, con quello che vorremmo. Eppure per noi, che prestiamo fede a tante parole di uomini, facciamo così fatica ad abbandonarci al Signore, a  “scommettere” su di Lui nonostante tutto, anche quando è così esigente come la richiesta che Dio fa ad Abramo. Una richiesta irragionevole, innaturale, crudele, secondo la logica umana.Con ogni probabilità noi ci saremmo ribellati, il che parrebbe anche  ragionevole, ma la fede va oltre la ragione. Cosi sarà Dio stesso a provvedere per il sacrificio, perché Dio è amore e non vuole la morte, ma la vita per noi.

Leggiamo infatti nel libro della sapienza che:

Sapienza 1,13

perché Dio non ha creato la morte
e non gode per la rovina dei viventi.

Sapienza 2,24

Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo;
e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono.

Dio è la nostra unica sicurezza, anche se avendo fede in Lui ci scontreremo, prima o poi con la prova, il dolore, la sofferenza, il tradimento, la morte e allora …Può accadere che la nostra fede vacilli, come è successo agli apostoli quando Gesù ha cominciato a parlare di Passione, di morte, ma anche di Risurrezione. A Pietro che si scandalizza Gesù dice: «Vattene via da me, Satana! Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini».

E alla folla e ai discepoli, quindi anche a noi, comincia a parlare della Croce: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 35 Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio e del vangelo, la salverà. 36 E che giova all’uomo se guadagna tutto il mondo e perde l’anima sua? 37 Infatti, che darebbe l’uomo in cambio della sua anima? 38 Perché se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo con i santi angeli». (Mc capitolo 8).

Di fronte alla fede che vacilla, che dubita il Signore soccorre ed ecco questa esperienza che Pietro, Giacomo, Giovanni hanno sul monte Tabor. Cosa avranno visto? Un’anticipazione della Risurrezione, la contemplazione di Gesù nella sua pienezza di figlio di Dio, Dio come il Padre, la cui parola è vera, autentica, efficace.
L’esperienza del Tabor è qualcosa di unico per i tre apostoli, che non comprendono appieno quello che sta accadendo, tant’è che quasi  Pietro straparla, ma è qualcosa di talmente grande e di talmente bello da cui non ci si vuole distaccare.

Essi, infatti non solo contemplano la grandezza di Gesù, ma anche la bellezza di Gesù, cioè la bellezza di Dio. Sì perché Dio è bellezza, una bellezza straordinaria che comprende e riunisce in sé tutto il bello, il buono, e il bene che vi può essere nel mondo, che non è altro che un riflesso della sua bellezza; che va oltre le forme dell’estetica, dello spirito umano e della natura, che ancora ci lascia con spettacoli da mozzare il fiato, ma che tutto sublima in sé. Con la sua trasfigurazione Gesù vuole annunciarci che egli trasfigura tutta la nostra vita. Trasfigura i nostri dolori, le nostre sofferenze, la nostra ansie e timori, ma anche le nostre gioie, le nostre croci e anche la paura della morte.
È il trasfigurato che trasfigura, come ha scritto qualcuno. Egli illumina di una luce nuova il nostro essere e il nostro vivere, vuole infondere in noi coraggio per affrontare la gioia e la fatica di vivere che accompagnano i nostri giorni.

Questo attraverso la preghiera, l’ascolto e la contemplazione della Parola, accostandoci ai Sacramenti, tutto quello che ci veniva raccomandato all’ inizio del nostro cammino quaresimale, ma anche sostando in intimità con Lui davanti alla Croce e al tabernacolo in quel deserto dello Spirito dove più chiaramente possiamo comprendere cosa significhi: “Questi è il mio Figlio, l’amato: ascoltatelo!”.

Il Signore però ci ricorda che siamo ancora in cammino e come invita i discepoli a scendere, così manda anche noi nel mondo, perché il mondo sia trasfigurato un po’ dalla luce che abbiamo contemplato e dalla nostra testimonianza, dall’ essere intimi con Gesù, anche nel momento della croce come nell’ orto degli ulivi quando chiamerà i tre a vegliare in preghiera.
Nel mondo siamo mandati a compiere gesti di gratuità, di compassione, di amore, che sono gesti che rendono il mondo e la vita delle persone più bella, come sono belli una carezza, un bacio, quando sono sinceri, come è dolce un sorriso e forte una mano tesa che solleva.

Dalla nube esce una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». La Parola che abbiamo ascoltato ci aiuti a riempire il mondo della bellezza e dell’amore di Dio.

Deo gratias,qydiacdon

 

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