II Domenica del tempo ordinario B – Che cercate? Cosa volete? Noi vorremmo …

Le letture di oggi ci invitano a riflettere su un tema importante, fondamentale della nostra vita, quello della “chiamata”. Chiamato alla vita e all’ esistenza che cosa sono “chiamato” ad essere. Chi ascolterò, chi seguirò, c’è qualcuno che vale la pena davvero seguire? Qualcuno che non imbrogli, che non dica parole vuote, o solamente quelle che voglio sentirmi dire, così penso che sia tutto a posto, che il mondo e la vita siamo esattamente come me l’immagino e non come realmente sono.

La prima lettura ci presenta quella che noi chiamiamo “la chiamata di Samuele”, questo fanciullo che accanto al tempio vive già un suo rapporto con Dio, ma, per lui, questo rapporto si traduce nell’ essere a servizio di Eli l’anziano sacerdote. Il Signore, però, ha un disegno su di lui, una proposta da realizzare, già perché il Signore cerca collaboratori, non automi programmati o intelligenze artificiali, ma uomini autentici capaci di emozioni, sentimenti, di volontà e di libertà.

Nella notte, quando tutto tace, quando qualsiasi rumore viene amplificato dal silenzio, Dio si rivolge a Samuele, che subito non riconosce la voce del Signore, anzi per ben tre volte non la riconosce fino a quando Eli non gli suggerisce quale è la risposta che deve dare.
«Parla, perché il tuo servo ti ascolta»

Accade anche a noi così. Certo il Signore ci ha chiamati da prima alla vita, poi a sé nel giorno del nostro Battesimo, ma in seguito abbiamo bisogno di qualcuno che ce lo indichi chiaramente, come farà poi anche Giovanni Battista con i discepoli nel Vangelo, che rivivono una situazione analoga a quelle di Samuele.

Proviamoci a pensare, ma di solito è sempre così. Qualcuno ci ha indicato Gesù, ce ne ha parlato.

Noi che partecipiamo ogni Domenica all’Eucaristia dovremmo saperlo bene, perché il compito di chi predica non è altro che questo: indicare Gesù con tutto quello che ne consegue per chi decide di seguirlo.

Il Cardinal Comastri, commentando le letture di questa Domenica, scrive: “Margherita Occhiena è il presupposto della santità di S. Giovanni Bosco: era la madre.
Assunta Goretti è il terreno in cui poté maturare l’eroismo di S. Maria: era la madre!
Luigi Martin è il primo maestro di fede per Santa Teresa di Lisieux: era il padre”.

Allora ancora, una volta, mi veniva da pensare se nelle nostre famiglie indichiamo ancora Gesù ai nostri bambini, ai nostri ragazzi, ai nostri giovani. Se come comunità cristiana siamo fedeli a questa missione che il Signore ci haaffidato. Oggi si celebra anche la giornata dei migranti e dei profughi, fra questa persone tante non sono cristiane, ma noi, come Chiesa indichiamo a loro Gesù Cristo, come ha fatto Giovanni battista, come colui che dà la vita per la salvezza dell’uomo dal peccato e dalla morte, come via, verità e vita. Oppure facciamo solo ospitalità e assistenzialismo, che per carità è buono, doveroso ma se lo facciamo nasce da quel comandamento dell’amore al prossimo che Gesù ci ha lasciato possibile per aver scoperto l’amore di Dio, per aver scoperto di essere amati di un amore infinito.

È possibile anche scegliere di vivere da “cristiani anonimi”, cioè che hanno paura di farsi riconoscere come discepoli di Cristo, di indicarlo e di seguirlo e di testimoniarlo in parole e in opere!

Vi è però una domanda che il Signore pone ai due discepoli di Giovanni che vanno da Lui che mi ha fatto pensare molto, sulla quale tutti siamo chiamati ad interrogarci ed è quel: Che cercate?

Cosa cerchiamo nella nostra vita? Lo sappiamo? Oppure spendiamo la nostra esistenza inseguendo banalità che sembrano essere diventati gli scopi della vita umana. Eppure una risposta è necessaria e comunque la diamo o in modo esplicito o in modo implicito con la vita che conduciamo, come ci atteggiamo e come ci proponiamo.

Il tempo della nostra vita umana, terrena è un tempo unico, imperdibile e prezioso ed è lì che il Signore passa, chiama, e ci fa la sua proposta. Noi però facciamo fatica a decifrarla perché se ne sovrappongono altre, gridate, esasperate e poi perché si è persa la dimensione dell’ascolto, la capacità di mettersi in ascolto dell’altro, che vuol dire accogliere quello che l’Altro ha da dirci in noi e non udire semplicemente.

Il modo in cui il Signore si rivolge a noi è un modo discreto che richiede il silenzio e il raccoglimento, cose che anche queste si sono perse nella nostra esperienza di fede protesa tante volte più sul fare che sul meditare, pregare perché è solo così che poi potremo agire, ma agire secondo la volontà di Dio, rispondere a quello che ci chiede e scoprire che finalmente abbiamo trovato quello che cercavamo.

“Dove dimori?” È la domanda che i due rivolgono a Gesù. L’ uomo ha desiderio di infinito, di vita, di felicità, bisogno di una pace che non sia solo assenza di conflitti, ma che sia intima, profonda, del cuore.

Ha necessità di speranza e di amore, un amore grande, più grande! Ha bisogno di stare son Dio e di quell’ amore che solo Dio può dare che va oltre la vita e oltre la morte e cerca tutto questo.

Gesù risponde: “Venite e vedrete”
Ci invita a stare con Lui, a cercarlo dove è, in cose grandi come i Sacramenti, la preghiera, la carità, ma anche in cose semplici come una nuova giornata, un volto, un sorriso, una lacrima asciugata, una mano tesa, perché passa nella nostra vita ogni giorno e ogni giorno continua a chiamare …

Sapremo rispondere come il piccolo Samuele: “Parla, perché il tuo servo ti ascolta”.

Chiediamo che ci aiuti a farlo!

Deo gratias, qydiacdon

 

 

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