ABBATTERE I MURI E COSTRUIRE PONTI? SI, MA A CASA DEGLI ALTRI (AD ES. I MILANESI HANNO CHIUSO LE PORTE)

Succede a Milano, da sempre nota per l’apertura e la generosità dei suoi abitanti. Virtù che io stesso posso confermare, avendovi abitato e lavorato per un decennio. La giunta di sinistra che governa la città è molto attenta alle esortazioni di Francesco, cui guarda come a un maestro, pur essendo miscredente per la maggioranza di assessori e consiglieri comunali. Ma si sa quale amicizia ci sia anche tra il Papa argentino e quei “centri sociali” fondati e diretti dall’ultrasinistra e frequentati spesso da estremisti e da nostalgici dei regimi comunisti, magari anche nella loro fase leninista e stalinista.

SPALANCARE A TUTTI LE PORTE?Sta di fatto che – proprio per rispondere all’appello di “demolire i muri” e di “spalancare a tutti le porte” che giunge incessante da Santa Marta – che, dunque, l’assessore alle politiche sociali del comune di Milano, con l’assenso ovviamente della maggioranza consigliare, lanciò nel 2015 quella che chiamò “Operazione un rifugiato in famiglia”. Avendo ottenuto dal municipio una buona dotazione economica, l’assessore provvide anche a una martellante informazione, con manifesti, annunci sui media locali, convegni, interviste. L’operazione prevedeva un contributo di 400 euro al mese per quei milanesi che accettassero di ospitare in casa loro uno di quelli che sono chiamati “rifugiati”. In realtà, risulta da ogni ricerca che la grande maggioranza di coloro che entrano clandestinamente in Italia non fuggono da guerre, persecuzioni o altro: si tratta, semplicemente, di immigrati “economici”, cioè di persone che sperano di trovare in Europa migliori condizioni di vita. Così come avvenne un tempo anche per milioni di italiani trasferitisi nel Nord del nostro Continente e nelle due Americhe, con la differenza però che immigrarono legalmente, con documenti in ordine e, quasi sempre, “a chiamata”: gli Stati, cioè dove volevano trasferirsi stabilivano periodicamente quanti potevano entrare. Molte amministrazioni, poi, stabilivano non solo il “quanto” ma anche il “chi”: il governo australiano, ad esempio, volendo preservare le sue origini e tradizioni britanniche, limitava l’ingresso degli europei del Sud, tra cui gli italiani, mentre non c’erano limiti per i cittadini del Regno Unito. Una immigrazione regolata, dunque, non una migrazione di massa, irregolare e caotica come oggi avviene.

ACCOGLIERE UNO STRANIERO IN CASA PROPRIA?
Ma torniamo a Milano e alla edificante operazione di accoglienza. Nella generosa metropoli da un milione e mezzo di abitanti furono solo 56 le famiglie che si dichiararono disponibili ad accogliere in casa uno straniero, quasi sempre un maomettano. Il Comune, come da regolamento, controllò chi erano coloro che si proponevano per l’accoglienza e scoperse che molti miravano solo ad incassare i 400 euro, relegando l’ospite in qualche sottoscala. Alcuni, pare, erano omosessuali, lieti di portarsi in casa vigorosi giovanotti ed essendo per giunta pagati. Altri “generosi” vennero accettati ma poi ci ripensarono e fecero retromarcia. Alla fine la grande “operazione” si è conclusa con l’affidamento di “migranti” a ben cinque famiglie… Ma c’è di più: l’ospitalità era prevista come rinnovabile dopo un anno. Ebbene, al momento del rinnovo, all’inizio di questo 2017, una delle famiglie ha preferito finirla lì. Dunque, nella grande Milano sono rimasti solo 4 nuclei familiari disposti ad ospitare in casa qualcuno giunto coi barconi e con altri mezzi clandestini.
Che dire? Forse la già generosa capitale lombarda è ora abitata da gente “col cuore chiuso” come Bergoglio chiama chi non spalanca subito e a chiunque la porta di casa, affidandogli anche le chiavi? Per quanto vale il mio parere, ci andrei piano nel tranciare giudizi morali. Il problema è vasto, magari ne parleremo un’altra volta. Intanto cominciamo a meditare…

Vittorio Messori

Titolo originale: Milano generosa
Fonte: Il Timone, aprile 2017 (n. 162)

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