5 Domenica di Quaresima : la logica del chicco di grano…

 

“In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.” (Gv 12,24-26)

Nel Vangelo di oggi, Gesù parla di una sua “glorificazione”, quando alcuni greci si avvicinano a Filippo e gli chiedono di vederlo.
Vedere Dio perché possa dare le risposte a tutte quelle domande che l’uomo ha su di lui. In definitiva forse è anche la domanda che tutti ci portiamo nel cuore, ma quale Gesù vogliamo vedere?

Quello che conferma l’idea che forse io mi sono fatto su di Lui. Solo l’uomo. Un grande maestro spirituale. Un grande profeta. Il volto umano di Dio che si fa vicino all’ uomo o che?!!!

A questo desiderio Gesù risponde: “È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato”. Che bello in Gesù possiamo contemplare la “Gloria di Dio”.

Ma cosa pensiamo noi quando sentiamo questa parola? Cos’ è secondo il modo di pensare la gloria? In un dizionario, escludendo i significati religiosi, ma anche questi letti in una certa direzione ho trovato: altissimo onore, fama universale, celebrare, magnificare; onorare, l’essere notorio; fama, rinomanza, celebrità! Insomma l’idea di gloria che abbiamo noi è quella in po’ trionfalistica, magari anche quando parliamo della gloria dei Santi, degli angeli, di Maria e anche quella di Dio.

Questo perché siamo legati a quei segni che gli uomini adoperano per ostentare la loro potenza, la loro forza, il loro prestigio, la fama, il successo.
Questo accade anche oggi e se una volta erano corone, scettri, oggi vediamo sfilare ancora eserciti, armi, o in altro modo, L’ ostentazione di certi oggetti che sono diventati degli status symbol, cioè segni visibili di una condizione economico sociale privilegiata, che può essere della persona, ma anche di un gruppo.

A chi ha questa concezione di gloria Gesù risponde con un immagine che è esattamente l’ antitesi di ogni visione di ostentazione di grandezza e di potenza.

Per Gesù La Gloria è qualcosa di piccolo, non appariscente, ma che nello stesso tempo manifesta la grandezza dell’ amore di Dio, come lo sono stati i segni compiuti da Dio nei confronti del suo popolo Israle a cominciare dall’ Esodo. Ma se è facile vederlo nei segni in cui Dio manifesta la sua potenza, non lo è altrettanto nell’ immagine di qualcosa di minuscolo, apparentemente insignificante e certamente non appariscente come quella
di un seme, di un chicco di grano.

Un chicco di grano non ci fa venire certamente in mente né il potere, né la fama, né l’ostentazione. è qualcosa di piccolo destinato ad essere sotterrato e perdersi nel buio oscuro della terra destinato a morire e a marcire. In primavera riemerge dalla terra completamente trasformato, ha uno stelo verdeggiante e presto una spiga, che nell’ estate sarà carica di altri chicchi di grano.

Il seme che è morto ha dato la vita, è diventato un inno alla vita e così sarà anche per gli altri se come lui accetteranno di morire.
È facile vedere nell’ immagine del chicco di grano che muore nella terra Gesù e il suo immergersi completamente nella nostra umanità e il dono totale di sé fino a morire per noi sulla croce in un annientamento totale di sé.

Gesù ne è consapevole ma accetta di compiere fino in fondo la volontà del Padre. Egli sa che la sua morte, pur avendo tutta la drammaticità di dolore, di sofferenza, di lacerazione contiene una forza misteriosa di vita che possiamo paragonare al travaglio e alle doglie del parto.

Cosa dice a noi questa breve parabola?

La risposta ci viene data da Gesù stesso: “: «Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna».

Chi considera la propria vita come una fredda proprietà da vivere nel proprio egoismo, è come un seme chiuso in se stesso e senza prospettive di vita. Chi invece «odia la sua vita», un’espressione semitica molto incisiva per indicare la rinuncia a realizzare unicamente se stessi, sposta l’asse del significato di un’esistenza sulla donazione agli altri; solo così la vita diventa creativa: è fonte di pace, di felicità e di vita. È la realtà del seme che germoglia.
(Commento su Giovanni 12,24-26 a cura dei Carmelitani)

La storia del seme è quella del morire per moltiplicarsi e portare molto frutto, così il discepolo di Gesù deve morire al proprio egoismo, al proprio egocentrismo, generato dal peccato, per donarsi nel servizio gratuito e disinteressato in quell’ amore che Gesù ci insegna e dona a chi è disponibile ad accettarlo e seguendolo.

“Nella vita di Gesù amare è servire e servire è perdersi nella vita degli altri., morire a sé stessi per far vivere.” (Commento su Giovanni 12,24-26 a cura dei Carmelitani)

Nel Vangelo Gesù parla poi della sua ora. Noi sappiamo che l’ora di Gesù è quella della Croce. Alla luce della parabola del seme anche per ciascuno di noi quando giungerà la “sua” ora, cioè quella della nostra morte dovremo affrontarla nella fede che essa giungerà alla vita eterna, quella vita piena nella comunione con Dio in Cristo.

Questa piccola parabola ci impartisce una lezione difficile da accettare, perché significa rinunciare” al prestigio della ribalta, agli applausi
dell’ammirazione, al successo da tutti riconosciuto, al potere e alla forza che si impongono per essere anche noi un piccolo seme che morendo trasmette la vita.

Chiediamoci, quindi, se in quello che noi viviamo esprimiamo la logica del dono e se la nostra vita sia una seminagione d’ amore che genera amore.

Deo gratias, qydiacdon
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Preghiera

Felice l’uomo pietoso che dà in prestito,
amministra i suoi beni con giustizia.
Egli non vacillerà in eterno:
il giusto sarà sempre ricordato. (Sal 111)

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