3 Domenica di Avvento: Gaudete

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».
Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato».
Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

Parola del Signore
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A questa domenica è dato il nome Gaudete, l’incipit (la prima parola) del testo della messa nel rito romano. Di tale testo il primo elemento è l’antifona d’ingresso ossia l’introito, che in latino comincia con la frase “Gaudete in Domino semper: iterum dico, gaudete. Dominus enim prope est”: in italiano, “Rallegratevi sempre nel Signore, ve lo ripeto: rallegratevi. Il Signore è vicino.”

Si tratta di una citazione di Paolo dalla Lettera ai Filippesi (4,4-5), anticipa la gioia del Natale che si avvicina.

Al tempo di Gesù il popolo di Israele era in attesa del Messia. Proviamo allora a calare questa attesa nella nostra vita quotidiana, nel nostro tempo, in questo tempo che appare così complicato. Quale Salvatore, quale salvezza ci attendiamo, quale Messia unto di Dio? Chiediamoci anche quale importanza ha questa attesa per la nostra vita? Se veramente vi è un’attesa.
C’è un’attesa per essere liberati da questo virus  assieme ad errori e ad una scienza che dà le risposteche riesce , in quanto imperfetta. C’è un’attesa per tanti poveri che ci sono nel mondo, ma anche in una realtà vicina, vicinissima a noi; per chi sta perdendo il posto di lavoro e il regalo che troverà sarà una lettera di licenziamento, per tante famiglie che non sanno come arrivare alla fine del mese … attese.

Di fronte a queste attese come rispondiamo noi cristiani che non dovremmo essere per abitudine, fermi bloccati, adopero una parola forte: infruttuosi. Eppure Gesù ci dice che dobbiamo portare frutti. (Gv 5,1-8)

Riflettiamo: cosa significa portare frutto?
Nel nostro tempo l’esperienza religiosa può essere anche considerata insignificante, con tutto il rispetto e l’amore che vogliamo anche per chi ha difficoltà a credere e i non credenti. Il contesto che viviamo ci porta a soffermarci ad altri bisogni, ad altre necessità, che però non prendono mai sul serio ciò che conta per l’uomo, le domande fondamentali che ormai nessuno si fa: chi sono, da dove vengo, dove andrò dopo questa esperienza umana, terrena. Si può dire che l’uomo oggi viva più di pancia che di cuore. Gesù invece intercetta l’uomo con il cuore in una relazione di amore e di amicizia, bisogna verificare se anche noi viviamo la stessa relazione, I frutti di questa relazione rendono la nostra vita piena di gratitudine anche quando non tutto va per il verso giusto. Anche quando facciamo la nostra esperienza nell’ essere impotenti: “Senza di me non potete fare nulla” dice Gesù . (cfr. Gv 15, 1-8).
Ecco allora la domanda che viene rivolta al Battista: «Che cosa dobbiamo fare?» Come vivere il tempo dell’attesa non solo in Avvento, ma nel tempo che è la nostra vita.
Giovanni dà delle indicazioni molto chiare, precise.

Prima indicazione: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Cercare di liberarsi dall’attaccamento alle cose e dal desiderio materiale di avere. Al contrario condividere, saper donare, ma soprattutto sapere farsi dono con gli altri e per gli altri, combattendo quell’ egoismo che mina la capacità di amare dei nostri cuori. Questo è il primo cambiamento : “facendo del tempo che viviamo il tempo del bene e della gratuità dell’ amore.

Seconda indicazione: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». È la risposta che Giovanni dà ai pubblicani. Chi era il pubblicano?

Si trattava di una specie di doganiere incaricato di raccogliere i diritti di pedaggio a nome del governo romano. Vi era un capo e dei subalterni che facevano riferimento a lui. Un lavoro apparentemente normale se non fosse per il fatto che la presenza dei romani non era esattamente una cosa gradita alla popolazione locale. Essi erano odiati per la loro scelta di stare dalla parte degli invasori, e anche perché con questo lavoro tenevano una parte dell’estorsione per sé. Erano per questo considerati dei “venduti”, al pari delle prostitute. Occorre che noi ci chiediamo qual è la qualità del nostro lavoro, se è onesta oppure no. Possiamo anche aggiungere quando sono fuori dalla Chiesa mi uniformo agli altri e al loro modo di pensare fino anche ad arrivare a non svolgere correttamente e onestamente il mio lavoro?

Terza indicazione: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Sono dei soldati a cui viene detto questo. Viene proposta loro una nuova forza, pur nel loro ruolo, che è quello della mitezza, del bandire l’arroganza di considerare sempre la persona.

Giovanni poi annuncia: viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali.
La venuta di questo più forte diventa il motivo della nostra gioia perché ci indica una via in cui realizzare questi cambiamenti, queste proposte, è una via possibile. Un cammino che dura una vita, ma un cammino pieno di speranza certi che “il più forte” viene e viene sempre.

Avvento tempo di attesa, ma anche di gioia per tutti, prima di tutto per noi cristiani, ma anche per ogni persona di buona volontà. Vorrei concludere con le parole di Papa Giovanni XXIII : “Lasciare una buona impressione anche nel cuore di un birbante, mi pare un buon atto di carità che, a suo tempo, porterà benedizione”

Deo gratias, qydiacdon

 

 

 

 

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