28 Domenica ordinario C –“Rendere grazie”

Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!». Mettiamo davanti a noi queste espressione del Vangelo all’inizio della nostra riflessione.

In cammino verso Gerusalemme Gesù attraversa la Samaria e incontra questo gruppo di lebbrosi che, come era prescritto, vivono l’isolamento dalla comunità e che da lontano gridano a Lui e invocano un gesto di pietà nei loro confronti. Gesù non lo nega, ma richiede anche un atto di fede: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.Uno solo e per di più Samaritano, straniero, uno scomunicato secondo il popolo di Israele torna indietro, lodando Dio per il beneficio ricevuto.

Oggi nella cultura dei diritti, senza doveri, del tutto dovuto è difficile sentire pronunciare una semplice parola: grazie. È difficile che vengano espressi sentimenti di gratitudine anche da parte di chi riceve un gesto d’ amore, nei confronti di chi compie sentire esprimere sentimenti di riconoscenza.Io non so se nelle nostre famiglie il dire grazie sia ancora insegnato alle nuove generazioni, a volte mi sorge qualche dubbio!Oggi è più facile esigere, rivendicare, criticare e per carità è legittimo, ma è difficile riconoscere il bene che si riceve, come se fosse qualcosa di dovuto, di scontato. Questo anche all’ interno delle nostre comunità dove nei confronti di chi ci aiuta a vivere la fede, si colgono difetti, imperfezione, si muovono critiche dimenticando riconoscenza e gratitudine.

Grazie è diventata una parola obsoleta che appartiene a un linguaggio arcaico.Eppure è una parola che arricchisce chi la pronuncia e chi la riceve, provate a pronunciarla,  è una parola che apre alla relazione e che rende ben disposti nei confronti dell’altro.

Oggi, scopriamo, però, attraverso il lebbroso che essere grati, riconoscenti, di grazie non coinvolge solo la parola.

Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. 

 Il lebbroso torna indietro supera quella distanza dovuta alla sua condizione che prima lo rendeva lontano, vuole essere vicino a colui che lo ha guarito, che lo ha restituito alla vita. Loda Dio per quanto ha ricevuto e si prostra ai piedi di Gesù. La sua riconoscenza e la sua gratitudine non sono formali, esteriori, ma nascono dall’ intimo e vengono espresse con tutta la sua persona. Il lebbroso guarito esprime la sua riconoscenza con il corpo, quel corpo piagato e martoriato dalla malattia che prima lo aveva escluso dalla società.

Ora guardiamo a noi stessi, che tutto riceviamo da Dio a cominciare dal dono dell’esistenza, poi quello della fede, quello di conoscere un Dio che possiamo chiamare Padre, che in Gesù ci chiama amici. Vogliamo anche noi avvicinarci al Signore, stare con Lui, dargli del tempo proprio come si farebbe con un amico? Viviamo questo atteggiamento di riconoscenza anche nei gesti della preghiera, come quello di inginocchiarsi in cui riconosciamo la grandezza di Dio, esprimiamo la nostra piccolezza e la nostra debolezza davanti a Lui:  “senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5), cresciamo in umiltà nella consapevolezza che  siamo creature alla presenza del Creatore, ma di un Creatore che ci ama e che vuole il bene delle sua creature?

Nella preghiera sappiamo esprimere la nostra gratitudine al Signore? Stiamo celebrando l’Eucaristia, sappiamo come questa parola significhi: rendimento di grazie, cioè espressione di riconoscenza, gratitudine, ringraziamento per il dono della salvezza che ci è stata donata attraverso Gesù Cristo, la sua passione, la sua morte, la sua risurrezione, come la nostra partecipazione alla Messa esprime tutto questo? Recuperiamo questo aspetto anche nella dimensione della preghiera personale. Noi non siamo molto abituati a questo modo di pregare, siamo più abituati alla preghiera di richiesta. La Bibbia è intessuta di espressioni di lode e di riconoscenza per i prodigi che Dio compie a favore del suo popolo.

Dei dieci lebbrosi nove sono guariti, ma uno è guarito e salvato: il samaritano. Gesù ha chiesto a tutti i dieci lebbrosi un atto di fede quando ancora malati li manda dai sacerdoti, ma uno solo sa riconoscere il gesto meraviglioso che Dio ha compiuto a suo favore che va ben oltre la guarigione fisica. Occorre andare oltre il segno per riconoscere la grandezza di chi lo ha compiuto, per riconoscere nella fede quella che è la vera guarigione dell’uomo, la salvezza portata da Gesù.

Chiediamo al Signore che sappiamo avere un cuore grato e riconoscente, saper riconoscere che da Dio tutto riceviamo e di saperlo lodare e ringraziare per non essere poi da Lui rimproverati e vorrei concludere con una frase di Chesterton che ironicamente scrive: “Molti ringraziano la Befana perché mette i doni nella calza, ma non ringraziano mai Dio che ha dato loro i piedi da mettere nelle calze”.

Deo gratias, qydiacdon

 

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